Etruria, Autunno

Oh mio eucalipto soave
Che il tuo balsamo
per le strade qui effondi
Come se tra le tue foglie
Sussurrar di soffi udissi
Baci di sale soffi marini
Fruscia il silenzio tra gli aghi di pini
Pini poi alti che s’ergono al ciel
Pini e pineta profumano il mare
Le dune s’incorrono e l’onde pioggiasche
Piove la spuma in mar si frantuma
Frantuma e s’infrange su scoglio antracite
La nuvola grigia il re astro trafigge
Con spada di luce
Spalanca il sipario
Le porte d’autunno separa l’effigie.

Farina di sabbia è lava di grano
Di grano carbone, nero il legname
È il nero più nero,
Quel ch’è stato incendiato
E su carta di legno scrive il legno bruciato
Disegna e ricorda nel tratto suo arcano
I trascorsi passaggi da germoglio a ramo,
È corteccia marina
Piegata dai venti
di tormenta imbevuti
E di brezza ubriachi

D’acqua sapida infatti è fatto il liquore
Dell’antico etrusco
Che con sete immensa fu navigatore.

E il giglio di mare che radica in sabbia
Di tempra e coraggio
Tempesta non teme
E ancora la sabbia primordia
Quaggiù

È polvere brilla
Riflessa di blu
Terra di siena
Terra bruciata
Bruciata d’azzurro d’indaco fu
La volta m’incombe
Il vapore è cotone
La nuvola dolce
Di zucchero è bianca
Di grigio disseta

Poi oltre è profondo
Il viola lì è vasto
Laggiù all’orizzonte
Dove il sole è uno sprazzo
Che fulmina il buio
E d’oro colora
Una lingua di mare
Che scheggia e affiora.

Aurora V. W.

Elogio alla resistenza. O meglio: alla corazza

Più di una volta mi sono proposta di fare un tour dei cosiddetti “punti estremi” della Terra, quei luoghi che rappresentano la parte più a sud, più a nord, più a est o più a ovest di un paese. Trovo che posti del genere abbiano qualcosa di magico da offrire a chi li visita. Appartengono ad una nazione, ma trovandosi così “lontani” dal suo centro, finiscono per assumere sembianze del tutto particolari, che possono spaventare così come attrarre magneticamente. Tra i due effetti collaterali, io sono sempre stata colpita dal secondo: la calamita.

Se uno di questi luoghi si trova al confine con un’altra terra, tende a somigliare un po’ ad essa e ad allontanarsi dalla propria identità, diventando qualcosa di completamente nuovo. Sarei quasi tentata di chiamare questa tendenza “sindrome da punto estremo”, perchè di fatto accomuna un po’ ognuno di questi angoli che stanno “tra” un paese e l’altro, “tra” l’oceano e la terra, che semplicemente, data la loro posizione, si beccano tutto il sole dell’anno, o, in circostanze opposte, tutta la neve del secolo.

Tarifa, che allungandosi fino a quasi uscire dalla Spagna per raggiungere così il continente che ha di fronte, è una di quelle località che preferisce prendersi il sole. Con lo sguardo fisso verso la parte più settentrionale del Marocco, annuncia la sua voglia di distinguersi dal momento stesso in cui ci si mette piede. E’ un vulcano, con il suo essere selvaggia e arrabbiata dal lato atlantico. E’ un porto calmo, pacifico e silenzioso sulle sponde mediterranee. E’ due mondi, due facce, due cuori pulsanti che non vanno in conflitto tra loro, ma danno corpo ad un essere vivente che sprigiona allo stesso tempo un’energia prorompente ed un invito alla riflessione introspettiva.

Ho amato la Tarifa arrabbiata da subito, quella su cui imperviano venti selvaggi creati su misura per i kitesurfisti e che non si ferma mai. Non ammette pause, nemmeno per riprendere fiato tra una bufera e l’altra, ed è sconvolgente nella sua dimostrazione di forza. Qui i venti non hanno orario, soffiano ventiquattr’ore su ventiquattro, trentuno giorni al mese, trecentosessantacinque giorni all’anno. E le spiagge, che incorniciano le sue acque altrettanto impetuose, ne sono una prova eclatante. Non hanno possibilità di scelta, libertà di opinione, nè voce in capitolo. Il vento decide per loro, modellandole a sua immagine e somiglianza, prendendo in considerazione nient’altro che il suo gusto estetico personale. Piuttosto bizzarro, non di rado. Ne vengono fuori però delle opere d’arte esclusive, eleganti e nuove ogni giorno. Come le modelle di una sfilata, si cambiano d’abito continuamente, ma a decidere cosa indossare non sono loro, bensì chi l’ha creato, l’abito. E così fa lui, lo stilista delle sabbie, il vento.

Chi ha davanti una modella facilmente malleabile, la quale non è difficile vestire seguendo unicamente i propri gusti personali, ha vita più facile, si sa. Ci mette poco a vedere realizzata la propria opera d’arte, se la materia a cui dare forma lo consente. Le sabbie di Tarifa sono così: delicate, esili, leggere e indifese. Sfiorandole, non le si percepisce minimamente. Toccandole, l’impressione iniziale migliora leggermente. Immergendovi letteralmente le mani, ci si convince del tutto. Ci si convince del fatto che le spiagge di Tarifa non sono fatte di sabbia, ma di una sostanza evanescente, farinacea, i cui granelli sono così piccoli da rendere quasi faticoso distinguerli ad occhio nudo. Logico, a questo punto, che si facciano modellare senza contestazioni. E logico, a questo punto, che sento stamparsi sul mio viso un sorriso ampio e consapevole. L’orgoglio per la mia terra, per le mie spiagge, per la mia Costa degli Dei torna a farsi vedere, più vivo che mai. La tempra e la resistenza al cambiamento del luogo in cui sono nata si conferma una volta ancora. Ma questa volta il risultato non è quello di cui tutti parlano, che lascia dietro sè amarezza e rassegnazione. Il risultato è ben altro.

Le sabbie di Capo Vaticano tengono testa al loro aspirante stilista. Non accettano di essere modelle, loro. Vogliono capovolgere i ruoli ed essere disegnatrici di se stesse. I granelli che le compongono sono grandi, forti e definiti. A volte le nostre spiagge somigliano più ad una distesa di pietre, che di sabbia. Chi ci posa il piede per la prima volta è messo a dura prova. Quando arriva la bella stagione, le coste si trasformano in un pullulare di equilibristi ed artisti di strada che cercano di camminare su braci ardenti. Noi ci ridiamo su, perchè ci siamo fatti le ossa da appena nati, su quelle braci ardenti. Qualche saltello prima di buttarci tra le onde lo facciamo anche noi, ma prima di arrivare a questo ci siamo fatti una “corazza”, letteralmente. Probabilmente la stessa corazza che molti vedono nel popolo calabrese, quando lo conoscono, e che impedisce al cambiamento positivo di abbracciare questa regione piena di contraddizioni. Ma mettiamo da parte questo discorso, stavolta. Limitiamoci ad osservare la bellezza naturale, a vedere il frutto buono della corazza, quello che ha dato vita alle nostre spiagge e che le ha rese spettacolari. Spiagge che conservano il proprio carattere e le proprie forme, senza piegarsi al volere di Eolo. Perciò, facciamo in modo che la resistenza al farsi modellare permetta alla nostra costa di conservare per sempre il suo fascino. Lasciamo che il Dio Dei Venti si senta qualcuno altrove, disegnando i suoi abiti e dando sfogo alla sua creatività lì dove non trova ostacoli. Che possa sentirsi un professionista dell’alta moda marina, concediamoglielo. Ma non qui. A Tarifa magari. Niente di personale, signor Eolo. E’ che a Capo Vaticano di dei ne abbiamo da vendere.

Aurora V. W.