Etruria, Autunno

Oh mio eucalipto soave
Che il tuo balsamo
per le strade qui effondi
Come se tra le tue foglie
Sussurrar di soffi udissi
Baci di sale soffi marini
Fruscia il silenzio tra gli aghi di pini
Pini poi alti che s’ergono al ciel
Pini e pineta profumano il mare
Le dune s’incorrono e l’onde pioggiasche
Piove la spuma in mar si frantuma
Frantuma e s’infrange su scoglio antracite
La nuvola grigia il re astro trafigge
Con spada di luce
Spalanca il sipario
Le porte d’autunno separa l’effigie.

Farina di sabbia è lava di grano
Di grano carbone, nero il legname
È il nero più nero,
Quel ch’è stato incendiato
E su carta di legno scrive il legno bruciato
Disegna e ricorda nel tratto suo arcano
I trascorsi passaggi da germoglio a ramo,
È corteccia marina
Piegata dai venti
di tormenta imbevuti
E di brezza ubriachi

D’acqua sapida infatti è fatto il liquore
Dell’antico etrusco
Che con sete immensa fu navigatore.

E il giglio di mare che radica in sabbia
Di tempra e coraggio
Tempesta non teme
E ancora la sabbia primordia
Quaggiù

È polvere brilla
Riflessa di blu
Terra di siena
Terra bruciata
Bruciata d’azzurro d’indaco fu
La volta m’incombe
Il vapore è cotone
La nuvola dolce
Di zucchero è bianca
Di grigio disseta

Poi oltre è profondo
Il viola lì è vasto
Laggiù all’orizzonte
Dove il sole è uno sprazzo
Che fulmina il buio
E d’oro colora
Una lingua di mare
Che scheggia e affiora.

Aurora V. W.

Blu

Eppure dal blu il freddo poco mi appare. Vedo il blu e ci sei tu, mio nido, mio mare, mia calda patria che a questo mondo mi hai donato. Blu e tu, cielo mio, alto mio, supremo e sublime mio.

Blu.

Corri, corri, vai, ti inseguono, sono dappertutto e ovunque, vai, vai, vai!”

Eppure Blu.

Tu, blu, fresco saresti, gelo e inverno daresti, ma di questo di te poco o nulla mi arriva. Di te l’amore ho, l’infanzia ho. Il più profondo e superciale del me in te io ho.

In te, blu, mi ci voglio tuffare inconsciamente, mi ci voglio immergere consapevolmente, mi ci voglio. In te, blu. Tu che mi conosci, tu che nelle tue viscere mi hai appreso e fatto apprendere. Tu Blu, che bianca mi hai plasmato, che incompresa mi hai voluto, per darmi chissà quale dono o forte dolore. Tu blu. E io a guardarti, blu, perchè così poco finora ho capito e così tanto davanti ancora ho.

Immobile e vulnerabile, cangiante e forte, piena di tutto l’umano che è in me. Piena qui, dove bruciante voglia di diventarlo ancor più fino in fondo io ho.

Tu blu. Bianca io, eppure blu, perchè da te marino, me terrestre hai generato. E di tanto amore grazie a te io vivo, e con questo amore la mia vita innalzerò, plasmerò, scolpirò.

Che solo guardandoti torno a me, solo prendendoti vivo in me. Che quando l’inadeguatezza, l’insofferenza e l’insopportabile non-essenza come una sottile lama incidono la pelle, non più a tanto servono le illusioni. Che a volte una bugia a sè stessi può aiutare, chiudere gli occhi il dolore può lenire, come addormentarsi può calmare. Che a volte sì, lo puoi fare. Ma chi sei, quando il sonno poi gli incubi risveglia? Chi sei, quando nel sogno sai di non essere realtà? Quando strattonandoti a te stesso nascondere ti vuoi?

Chi sei?

Tu, Blu, chi generato hai? Tu blu, chi?

Che a volte sì, lo puoi fare. Puoi fuggire.

Corri, corri, vai, ti inseguono, sono dappertutto e ovunque, vai, vai, vai!”

Che a volte sì. A volte, ma nel sempre poi cosa sarai? Se quella maschera tua menzognera amica si dimostrerà, allora lì ti fermerai. Se quel sonno la tua grandezza scalfirà, allora lì ti domanderai.

Che a volte sì, ti vogliono fuggire. Ti vogliono, sì. Ma tu? Che essere ciò che sei non lo puoi fare, che cambiare ciò che vuoi non lo puoi dire, che liberare ciò che vola non lo puoi volere, che costruirti le tue ali non lo puoi realizzare. Che. Tu che.

E che invece lo vuoi volere. Che tutto lo vuoi, che amare lo vuoi, che inglobare lo vuoi, che in te stesso essere lo sei. Tu che.

Tu che tutto questo che, invece puoi.

E tu blu. Tu? Tu sei. E quando anch’io da potere, essere sarò, finalmente a te mi ricongiungerò.

A te blu, che grande mi hai nato, a te tornerò. E mai più alta storia vissuto avrò.

“Corri, vai, fuggi e scappa. Corri, vai.”

“No. Io qui in me resterò”

Blu.

Aurora V. W.

Altrove

Come tante altre volte, Alyssa andò al mare. Si sedette sulla sabbia bianca e osservò la luce pomeridiana riflessa nell’acqua salata che tanto amava. Realizzò che l’incontro di quei due elementi l’aveva nutrita per tutta la sua infanzia. Un incontro quotidiano e rigoroso. Due amanti sempre puntuali, due reciproche attese per poi, la sera, donarsi l’un l’altro. E non poteva che essere così, per Alyssa. Il mare sempre ospitante di un sole stanco, finale, morente. Il sole sempre immerso in un mare buio, dormiente, notturno. Che la luce nel buio vi potesse nascere, oltre che morire, le sembrava poco realistica come idea. Ma se lì moriva, in un altrove pur nascere doveva. E per scoprire l’altrove, Alyssa avrebbe dovuto voltarsi. Alzarsi, camminare e voltarsi. Non voleva, non ne aveva il coraggio, ma quello avrebbe dovuto fare.

Alzarsi, camminare e voltarsi. Via.

Cosa avrebbe scoperto? Si sarebbe pentita?

Via.

L’anno seguente, Alyssa lasciava dietro di sè la sponda natìa. Di fronte a sè quella opposta, straniera. Le dita dei suoi piedi, per l’ultima volta, accarezzavano i granelli candidi di quel sacro luogo. Qualche minuto in più per osservare gli amanti, poi via. Alzandosi in piedi, ecco l’ultimo bacio tra caldo e freddo, fuoco e acqua, sole e mare. Voltandosi, solo il rosso, il violaceo, la quasi-notte facente capolino dall’alto. I resti di un amore quotidiano di cui conosceva la fine, ma non l’inizio. La morte, ma non la nascita.

Così, il primo passo titubante. Nella transizione vacillava, ma via.

Paura, ma via.

Via.

Vedere l’altro volto del mare fu lontano da qualsiasi sua aspettativa. Ciò che più di ogni altra cosa la sorprese, fu che non solo il mare aveva un altro volto, ma come lui anche il sole. Lì quell’incontro avveniva prima che Alyssa, svegliandosi, aprisse gli occhi. Succedeva alla fine della notte, dell’oscurità e del nero. Si avverava all’inizio del giorno, del chiarore e del bianco. Nella sponda opposta i due amanti si incontravano così, silenziosi e furtivi, quasi attenti a non lasciarsi scoprire. Solo qualcuno, a volte, li coglieva in flagrante.

Il pescatore, il marinaio, il guardiano del faro.

Tre persone, tre sguardi consapevoli, tre promesse di fedeltà.

Così distanti tra loro apparivano ai tre i due estremi della vita, quando ancora sognanti, ne ignoravamo l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Come al marinaio, così al pescatore, che mai al mare aveva pensato come folle inghiottitore di luce.  Della luce inghiottitore e della notte annunciatore, in cui il guardiano del faro si svegliava e ugualmente si interrogava.

Gli estremi amanti, attori. I testimoni, spettatori. Spettatori che vedendo sarebbero morti. Morti anch’essi, nel mare. Morti lì, dove ciò che proteggevano nasceva. Lì, nel luogo dell’alba e dell’aurora morivano.

Quasi senza volerlo, avevano veduto. Quasi senza saperlo, avevano saputo. E Alyssa, che volendo aveva saputo, era stata catturata dalla realtà. Il luogo natìo via l’aveva mandata perchè per comprendere la fine doveva conoscere l’inizio. Così il sole dopo ogni tramonto, altrove albeggiava. E Alyssa, che ora la nascita conosceva, su quella sponda del destino la morte comprendeva.

Così distanti tra loro le apparivano i due estremi della vita, quando ancora sognante, ne ignorava l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Ma conoscendo l’altro e l’uno, comprese veramente, e niente più la teneva sospesa.

Tramonto e alba, fine e inizio, morte e nascita.

E sapendo anche Alyssa moriva. Libera da sè, ora altrove annegava.

Via.

Aurora V. W.

A chi è nato e cresciuto di mare

Non ci importa se al mare ci andiamo per farci un bagno, se per una passeggiata, o per dargli un’occhiata soltanto: del mare ne abbiamo bisogno, a prescindere da tutto. C’è un disagio comune a tutti noi uomini e donne di mare, che inizia a crearsi quando viene a mancarci la nostra distesa di acqua salata. E’ una sorta di voragine interiore, un qualcosa di difficilmente descrivibile, ma che ci urla contro, quando andiamo a vivere in un luogo nel quale il mare non sia esattamente a vista d’occhio e a portata di mano.

Nel mio caso, la città ladra del mare che scelsi, per necessità di studio, fu Bologna. Deve essermi venuto un colpo di genio quando dalle spiagge paradisiache della Costa degli Dei pensai di farmi un giro di ben tre anni lassù, in mezzo alla nebbia padana. Che sia chiaro, devo molto a Bologna e alla sua università.  Niente da dire riguardo a questo e alla miriade di iniziative giovanili che offre e che ho amato. Il mio disappunto si riferisce semplicemente all’infelice ubicazione geografica in cui la bella “Rossa” si trova, e che risulta tale probabilmente solo per chi è nato e cresciuto a pochi minuti dalla spiaggia.

Ricordo che non vedevo l’ora di iniziare la mia nuova avventura universitaria, e il timore di allontanarmi dal mare non mi toccava minimamente. Lo shock, stranamente, fu graduale ma persistente, nel senso che una volta fattosi strada in me, si radicò ben bene.

Fu solo dopo i primi mesi del mio soggiorno, che iniziai a sentirne veramente la mancanza. Certamente l’entusiasmo iniziale della nuova esperienza aveva fatto la sua parte nel farmi evitare di pensarci, ma quando questo passò, il “disagio da gente di mare” ci mise poco a farmi visita. E non si limitò a rimanere per un caffè: decise di accompagnarmi per molto di più. Ma in tutto questo, scoprii qualcosa di fortemente gratificante nella comunità degli studenti fuori sede. Iniziando a parlare di questa sensazione con chi come me aveva lasciato il proprio mare, fu chiaro che la mia esperienza non era personale, ma comune a tutti gli italiani “costieri”. E facendosi strada tale consapevolezza in ognuno di noi, di pari passo nacque quella forte solidarietà che caratterizza il legame di chi condivide le stesse esperienze. Com’è facile immaginare, fu solo in quelle circostanze che iniziammo a comprendere che non era scontato vivere in luoghi da cartolina.

Ecco quindi il caro fenomeno del “ti rendi conto che ami qualcosa solo quando ti viene a mancare”: niente di più vero e provato. Possiamo ripetercelo un milione di volte tentando di capirne il significato, ma fino a quando non proviamo sulla nostra pelle la mancanza di qualcosa o qualcuno a cui teniamo, non comprendiamo mai realmente cosa voglia dire.

Questo mi accadde quando mi allontanai dal mio mare. E ogni volta in cui ci tornavo, il semplice fatto di scorgerlo all’orizzonte riempiva il mio cuore di aria e luce. Dovevo semplicemente vederlo, o meglio ancora sapere che lui era lì, ed ero a posto per il resto della giornata. Perchè con i luoghi della nostra vita ci succede ciò che viviamo anche con le persone che amiamo:  non passiamo tutto il nostro tempo con loro, ma ci dà pace anche solo sapere che sono vicino a noi. Le persone però possiamo telefonarle, possiamo scrivere loro e sentirle vicine anche nella lontananza, mentre con i luoghi che ci hanno visto crescere si crea un legame viscerale che ha bisogno di essere alimentato con il tatto, con l’udito, con la vista. Dicendo “vista” poi, non intendo certo limitarci a contemplarne una foto ricordo, ma vedere quei posti realmente, averceli di fronte in “carne ed ossa”.

Quando siamo bambini poi, e fino al momento in cui decidiamo di lasciare il nostro porto, nessun altro mondo all’infuori di quello natìo potrebbe essere sentito come casa. Ciò accade soprattutto a chi durante l’infanzia e l’adolescenza ha avuto la fortuna di crescere in un unico luogo, senza dover traslocare di tanto in tanto. E se quel luogo è il mare, capita che non si riesca ad immaginare la propria vita senza quei tre mesi di estate in spiaggia. Quei tre mesi che diventano “l’estate standard” per tanti ragazzi italiani, e che si abbandonano con fatica quando si inizia ad andare via per l’università, per il lavoro, o per qualsiasi cambiamento che la vita ci regala.

E’ incredibile come ci rendiamo conto di questo privilegio solo quando siamo a diretto contatto con una realtà opposta. Molto probabilmente continueremmo a vivere nell’idilliaca convinzione che sia normale, avere il paradiso sotto i piedi, convincendoci di conseguenza che non è nemmeno così unico come sembra ad un occhio esterno. Ma la storia di chi rimane al mare non è la mia, per cui non posso dire molto. La mia storia è quella di chi l’ha lasciato, forse momentaneamente o forse no, ma essendo tale, mi limiterò oggi a soffermarmi su di essa. Per vari motivi, questa storia porta a traferirsi quasi sempre in città, soprattutto se come me si proviene da un piccolo paesino.

E quando arriva quel momento, possiamo trasferirci in una città di pianura, come capitò a me, o in una città circondata dalle montagne, come sarà capitato a qualche altro marinaio. O ancora, c’è chi trova il compromesso, e sceglie una città di mare: due in uno, no? Cosa si potrebbe chiedere di meglio?

Ma in qualsiasi caso, il nostro mare ci rimarrà nel cuore, in testa ed in gola. Sì, in gola e anche nel naso, come quando tra le onde andavamo giù e subito dopo iniziavamo a lottare contro la risacca per uscire fuori, iniziare a correre e gridare “Ho bevuto di nuovo… Mi è entrata l’acqua nel naso”, sapendo benissimo che adoravamo alla follia tutto questo, e che da lì a pochi minuti ci saremmo rituffati per sfidare il mare mosso, ricominciare ad andare giù e riempirci di acqua di mare. E così… sentirci parte di lui per sempre.

Aurora V. W.