Scuotimento

Forse è nella tristezza che vive, in me,
il più verace anelito a questa vita.
E’ nel terrore, nello sgomento, nella sublime impotenza di fronte all’esistere che io, qui, giaccio inerme.
Inerme e desolata, afflitta dal colossale fervore di un’esistenza impossibile.
E’ sotterraneo, ogni attimo di questo tempo,
ottenebrando il mio cuore
giù mi trascina, a voler trattenermi.
Sembra eterna, quest’agonia,
ogni Aurora un intramontabile Tramonto
ogni luce un ribrezzo all’allegrezza.
Ogni futile, fugace risata
Un disgusto, un basso e triste lasciapassare.
Si, ogni risata è triste lasciapassare
A questa quotidianità
Che m’attanaglia
E mi strappa la gola
Che m’imbavaglia
E silenzia i polmoni
La quotidiana acqua che scroscia
Sui miei pensieri
Mi aiuta a scorrere
E fluisce con me,
con le mie lacrime,
che di acqua calda e sale terrestre
si son dilagate
dilagate e strabordano
questi argini deboli
deboli e fragili
di dinamiche esterne prosciugate.
Quest’acqua m’invade e mi assale nel sonno
O di notte narcofaga uccide la fuga
La mia fuga notturna verso una pace lontana
Pace apparente, apparente ed estranea
A ciò che il mio giorno in sè riserba.
Uccisa dall’acqua mi trovo nel buio
Ma salva dall’acqua m’innalzo ridesta.
Forse è nella solitudine che porto
L’impulso a seguitare
In questa dannata guerra
Dannata altalenanza
di euforica esuberanza
e disperata insensatezza.
E non avrei la gioia
Non avrei il dolore
non avrei impeto
nè tempesta
Senza te compagna
E senza quest’acqua
più morta sarei
Io voglio più acqua
e raggiungerti ancora
se dal conoscere
anch’io son rapita
Soffrendo ti accolgo
Perchè la spinta è stellare
L’ispirazione dispera
Ama l’autunno
Un cielo coperto
Un intenso ricordo.
E nella via del non ritorno
Io credo di non aver più scelta
Credo di apatica sostanza
Dovermi ormai nutrire
Ma un’illusoria speranza
Un’immagine passata
Riaffiora dalla coscienza
E cristallina mi si rivela:
a tanta disperazione
si affaccia la vita
quella vera
di crudo tormento.
L’orrore sì, ma il più sublime alto scuotimento.

Aurora V.W.

Inno a questa notte e a questa tempesta

Perchè la notte porta con sè la follia, i sogni e la malinconia.

Porta con sè l’emozione di un giorno non vissuto, del dolore mai pianto e del terrore ingabbiato.

Porta con sè la mia notte un’esplosion di incertezze, di paure urlate e violente amarezze.

Io notte da te fuggir non voglio più, ma incatenarmi e sprofondare. Dalle tue sabbie mobili voglio farmi risucchiare.

Ordine e misura in te notte son uccisi, l’istinto sovrano governa l’azione.

Pulsazioni di vita son di notte padrone, inghiottimi vita, notturno fragore.

«Oh tu notte mi hai catturato

Nella tua tela m’hai ingabbiato

Voglio urlare, come nessuno sentisse

Urlare e creare.

Oh mia notte mi hai qui fucilato,

non riesco più a dormire

non riesco più ad esser l’ombra dell’amore

cos’è amore quando poi si materializza?

E’ assenza il vero sentimento,

di perdita sa il vero mio tormento,

e’ forse l’idea che fa di sè innamorare

è immaginare che fa desiderare

è non avere che porta a bramare

è non potere che sprona ad andare

è l’impossibile che spinge aldilà

è il pensiero che sovrasta il vero.

In me è così che vive l’emozione

In me è così che nasce il sentimento

In me la nostalgia è come acqua nel deserto

La tristezza poesia

La disperazione la più alta compagnia.

Quando meno sola mi sento

È quando le tre m’assalgon d’un tratto

Quando divoran in me di luce ogni sprazzo

Di gioia ogni schiamazzo

Quando l’estate rigetto

E la pioggia, il grigio non più mi è stretto

Chiedo anzi ancor più tremore

Ancor più di quell’immane terrore

Chiedo che il fulmine più forte mi abbatta

Che coperto quel cielo

Da grigio si faccia ora nero

Che l’aria pesante

Di rabbia stracolma

Rilasci su me la sua ira feconda!

Chiedo che il tuono annienti il mio giorno

Che il buio battezzi un mio nuovo ritorno

Chiedo che la tempesta

non tenda a esitare

Nè riconosca in me

la sua figlia da amare.

Che in un sol colpo

Mi faccia volare

Che l’ombra mi avvolga

E fertili renda

le mie mani

la mia voce

il mio cuore.

Che dal novembre infinito

 di questo invernale maggio

Primavera nasca

di creazione e coraggio

Che il mio tormento, io chiedo

Dal creator mi venga mandato

E che in ogni goccia

Di mia lacrima e pioggia

Un bocciol d’arte sia in me generato

Aurora V. W.

…C’erano una volta il foglio bianco e la foto interiore

Ostinarsi a voler portare a casa qualche scatto decente nonostante la giornata sembri poco produttiva e il luogo, le circostanze, le persone ancora meno: una situazione, inutile dirlo, molto comune. Ed essendo comune, l’ho vissuta anch’io. Con più esattezza, è successo proprio qualche giorno fa, trovandomi in una cittadina della Svizzera tedesca vicino ai confini con la Germania. Si tratta di una città a misura d’uomo e abbastanza carina, ma che alcuni giorni sembra proprio non ne voglia sapere di rendersi attraente per qualche scatto (eh si, dovevo uscire proprio io in uno di quei giorni…).

Lo sappiamo, l’occhio del fotografo riesce sempre a captare qualcosa di interessante da immortalare, anche nelle situazioni più estreme, quando il soggetto che ha davanti somiglia ad un foglio bianco privo di carattere. Ma tali situazioni in realtà sono più comuni di ciò che si pensa, ed è esattamente di questo che voglio parlarvi. Della realtá che ci circonda quando si presenta ai nostri occhi piatta, monotona e senza personalità: un foglio bianco da riempire. Perchè se è vero che in molte occasioni possiamo essere fortunati e capitare nel posto giusto al momento giusto e realizzare delle splendide fotografie senza sforzo, è anche vero che sono molto più frequenti le occasioni in cui questi ingredienti non si presentano tutti insieme.

Tornando alla mia giornata “no”, devo dire che oltre alla città, che sembrava non offrirmi nulla, nemmeno io volevo saperne di impegnarmi abbastanza. Continuavo a girovagare insoddisfatta, a fermarmi di tanto in tanto davanti ad una parvenza di vita nei vicoli, per poi ricominciare a camminare senza motivazione. Proprio tanta voglia di fare, direi. Condita poi da un pensiero ricorrente, che di certo non avrebbe portato ad un miglioramento: “Certo che qui non c’è proprio niente da fotografare… Niente. Ah, guarda un po’ lì, prova a scattare, c’è un gruppo di bambini interessanti… Ma no, che dico… E poi se ne sono pure già andati. Basta. Ciao, me ne torno a casa”.

In poche parole, cercavo solo dei buoni motivi per convincermi del fatto che non ci fosse nulla da fotografare. Uno di quei momenti in cui qualsiasi pretesto è valido per giustificare la propria pigrizia.

Il giorno dopo però, ritrovandomi negli stessi posti, tutto aveva un altro aspetto. Riuscii a racimolare una bella serie di scatti, che molto probabilmente avrebbero potuto essere frutto anche della mia giornata precedente. Ma quell’occasione era stata un fallimento soltanto perchè mi era mancato un ingrediente fondamentale. E parlando di ingrediente fondamentale non mi riferisco all’attrezzatura, come potrebbe esserlo la fotocamera. Tantomeno mi riferisco al soggetto, come quel paesaggio mozzafiato o l’evento del secolo, che possono spesso aiutarci a produrre foto stupende, ma che non sono il vero segreto per ottenerle. Ancora una volta, il segreto risiede nel nostro mondo interiore.

La realtà, a livello oggettivo, è uguale per tutti. Ognuno di noi, camminando per strada, vede davanti a sè palazzi, passanti, semafori, negozi. Ed ognuno, parlando della dimensione prettamente “materiale” della realtà, vede tutto ciò come lo vedrebbe qualsiasi altra persona. Ma è in questo punto della nostra “visione del mondo”, che possiamo innescare quel magico processo interiore che ruba l’anima alla realtà per trasformarla in una foto.

Possiamo decidere di iniziare ad osservare e vedere diversamente i soggetti altrimenti uguali per tutti. In poche parole, possiamo decidere di attivare il famoso “occhio del fotografo”, e cambiare tutto ciò che abbiamo davanti. E’ come se innescassimo un meccanismo in grado di interporre un filtro tra noi e ciò che vediamo. Ed ecco che iniziano a venire fuori un sacco di persone, paesaggi, scene da catturare. O meglio: loro sono già lì, ma smettono di essere invisibili solo quando abbiamo la consapevolezza che sta a noi, renderli interessanti. Se non attivassimo questa piccola molla nel nostro io, succederebbe totalmente il contrario. Potremmo trovarci davanti le cascate del Niagara senza riuscire minimamente a trasporne la bellezza in foto. E in questi termini, si conferma come dato di fatto che non abbiamo bisogno della fotocamera più costosa sul mercato per creare capolavori, nè di un tramonto eccezionale, ma di noi stessi prima di tutto.

La foto è là fuori, davanti ai nostri occhi, ma allo stesso tempo è nella nostra mente. Fuori è già viva, palpitante, in attesa di essere vista. Dentro di noi è un potenziale fuoco che dobbiamo accendere personalmente. Unendo i due mondi, quello della realtà esterna e quello della nostra visione interna, creiamo l’opera d’arte, ovvero quella foto. La foto che sa togliere il fiato e coinvolgere l’animo. Che sa far sgranare gli occhi e trattenere l’attenzione, ma per molto più di qualche secondo soltanto.

Aurora V. W.