Altrove

Come tante altre volte, Alyssa andò al mare. Si sedette sulla sabbia bianca e osservò la luce pomeridiana riflessa nell’acqua salata che tanto amava. Realizzò che l’incontro di quei due elementi l’aveva nutrita per tutta la sua infanzia. Un incontro quotidiano e rigoroso. Due amanti sempre puntuali, due reciproche attese per poi, la sera, donarsi l’un l’altro. E non poteva che essere così, per Alyssa. Il mare sempre ospitante di un sole stanco, finale, morente. Il sole sempre immerso in un mare buio, dormiente, notturno. Che la luce nel buio vi potesse nascere, oltre che morire, le sembrava poco realistica come idea. Ma se lì moriva, in un altrove pur nascere doveva. E per scoprire l’altrove, Alyssa avrebbe dovuto voltarsi. Alzarsi, camminare e voltarsi. Non voleva, non ne aveva il coraggio, ma quello avrebbe dovuto fare.

Alzarsi, camminare e voltarsi. Via.

Cosa avrebbe scoperto? Si sarebbe pentita?

Via.

L’anno seguente, Alyssa lasciava dietro di sè la sponda natìa. Di fronte a sè quella opposta, straniera. Le dita dei suoi piedi, per l’ultima volta, accarezzavano i granelli candidi di quel sacro luogo. Qualche minuto in più per osservare gli amanti, poi via. Alzandosi in piedi, ecco l’ultimo bacio tra caldo e freddo, fuoco e acqua, sole e mare. Voltandosi, solo il rosso, il violaceo, la quasi-notte facente capolino dall’alto. I resti di un amore quotidiano di cui conosceva la fine, ma non l’inizio. La morte, ma non la nascita.

Così, il primo passo titubante. Nella transizione vacillava, ma via.

Paura, ma via.

Via.

Vedere l’altro volto del mare fu lontano da qualsiasi sua aspettativa. Ciò che più di ogni altra cosa la sorprese, fu che non solo il mare aveva un altro volto, ma come lui anche il sole. Lì quell’incontro avveniva prima che Alyssa, svegliandosi, aprisse gli occhi. Succedeva alla fine della notte, dell’oscurità e del nero. Si avverava all’inizio del giorno, del chiarore e del bianco. Nella sponda opposta i due amanti si incontravano così, silenziosi e furtivi, quasi attenti a non lasciarsi scoprire. Solo qualcuno, a volte, li coglieva in flagrante.

Il pescatore, il marinaio, il guardiano del faro.

Tre persone, tre sguardi consapevoli, tre promesse di fedeltà.

Così distanti tra loro apparivano ai tre i due estremi della vita, quando ancora sognanti, ne ignoravamo l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Come al marinaio, così al pescatore, che mai al mare aveva pensato come folle inghiottitore di luce.  Della luce inghiottitore e della notte annunciatore, in cui il guardiano del faro si svegliava e ugualmente si interrogava.

Gli estremi amanti, attori. I testimoni, spettatori. Spettatori che vedendo sarebbero morti. Morti anch’essi, nel mare. Morti lì, dove ciò che proteggevano nasceva. Lì, nel luogo dell’alba e dell’aurora morivano.

Quasi senza volerlo, avevano veduto. Quasi senza saperlo, avevano saputo. E Alyssa, che volendo aveva saputo, era stata catturata dalla realtà. Il luogo natìo via l’aveva mandata perchè per comprendere la fine doveva conoscere l’inizio. Così il sole dopo ogni tramonto, altrove albeggiava. E Alyssa, che ora la nascita conosceva, su quella sponda del destino la morte comprendeva.

Così distanti tra loro le apparivano i due estremi della vita, quando ancora sognante, ne ignorava l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Ma conoscendo l’altro e l’uno, comprese veramente, e niente più la teneva sospesa.

Tramonto e alba, fine e inizio, morte e nascita.

E sapendo anche Alyssa moriva. Libera da sè, ora altrove annegava.

Via.

Aurora V. W.

DISORDINI

A volte i disordini finiscono per riordinarsi. Si mettono a posto, dopo aver fatto il loro corso, aver raccontato la propria storia. Dopo essersi consumati nella loro impossibilità di confondersi ulteriormente in quel troppo già sfogato.

Sono quelle volte in cui gli hai dato lo spazio necessario, al tuo disordine. In cui gli hai permesso di espandersi, crescere e arrogantemente prendere corpo dove di spazio in realtà non ce n’era già più. E così ad un certo punto ti guardi intorno. Guardi intorno a te e lo vedi ovunque, somiglia quasi al buio, di sera, per i bambini. Ha fatto suoi gli angoli, le fessure, gli spazi invisibili tra un cassetto e l’altro. E come il buio, si annuncia in silenzio, quando i rumori dormono, le inquietudini si stiracchiano, le domande si svegliano.

Lo percepisci ad occhi chiusi, a luci spente.

Lo senti a cuore aperto, a mente accesa.

Perchè come abita la tua stanza, così abita la tua vita. Così come di disordine sei fatto internamente, di disordine tessi la tua realtà. Ti abitui a vederla così, intorno a te, e a crederla realtà ordinata, in fondo. Ma se ai tuoi occhi potrebbe anche esserlo, a orecchie altrui suona poco concreta, nella sua “disOrdinarietà”. Navigandoci dentro, finisci per esserne risucchiato, ingoiato e trascinato giù, sempre più giù, nel vortice del suo inarrestabile fluire. Ed è così che il tuo ordinario diventa disordinato, e succede che sì, sei nei guai. Letteralmente, metaforicamente, definitivamente nei guai.

E’ nella confusione però che ora vedi costruirsi la tua vita. Tra un pensiero e l’altro, capisci che in mezzo a tutto quel disastro, sta nascendo qualcosa. Smarrito nella perdizione della tua inadeguatezza, lasci frammenti dietro te. Frammenti di vita, sembrerebbe così. E come a rincorrere i tuoi passi, iniziano ad esistere dopo di te. Chi l’avrebbe mai creduto: germogli nati da un confuso stato di incomprensione. Incredibile sembrerebbe immaginarlo, eppure sono lì. Prima germogli, poi boccioli, ora fiori. Sono tanti, sparsi, vivi. Sono giovani, bramosi, affamati di sole. Eppure non sono margherite, nè rose, nè orchidee. Non è di fiori erbacei che hai costellato i cieli del tuo prato vitale. Nè con fiori d’arbusto hai sfamato i campi del tuo percorso esistenziale.

Che semi saranno mai, quelli caduti dalle tue tasche ad ogni esitazione, sbocciati ad ogni decisione, fioriti ad ogni rivelazione? A distanza di tempo, cercando con gli occhi l’accaduto, non trovi ciò che ti aspetteresti. Ancora una volta, ti guardi intorno.

Per terra, nulla.

Dietro te, nulla.

Ai tuoi lati, nulla.

Fino a quando cambi prospettiva. Se lo stato di confusione ti ha portato a generare l’impensabile, così l’improbabile potrebbe portarti ad una nuova comprensione. Ed è qui che ti chiedi. Verso quale direzione vanno le promesse nascenti, le punte di diamante, le rivelazioni pulsanti? Se non tra i prati, se non tra i bassi arbusti, dove? Ed è qui che con gli occhi inizi a percorrere i prati, indaghi tra le verdi distese, interroghi coccinelle, formiche, lucertole. Chiedi ai sassi, ai licheni, ai funghi.

Passi al setaccio il calpestato dai tuoi piedi, vai avanti, niente.

Vai avanti, avanti e avanti. Ancora niente. Ma poi… Stop.

Eccola: incroci una radice, ne segui il profilo, diventa tronco, Sali, ecco i rami. Più su, prosegui… Le foglie. E tra le foglie… I boccioli. Tra i boccioli, una, due, tre comprensioni, finalmente fiorite.

Fiori, certo. Ma fiori d’albero. Fiori d’albero da frutto. Fiori d’albero da frutto sempreverde. Hai generato promesse nascenti, punte di diamante, rivelazioni pulsanti, e le hai generate bene. Non sono momentanee, nè periodiche o stagionali. Sono perenni, costanti, durature, presenti tutto l’anno. Come un mango, una guava, una maracuyà. Come un frutto tropicale, nato da un semplice fiore, cresciuto da un bocciolo, generato da un frammento di vita, caduto dalle tasche del tuo disordine.

Punte di diamante, sì, e viventi, tutta la vita.

A volte i disordini finiscono per riordinarsi. Si mettono a posto, dopo aver fatto il loro corso, aver raccontato la propria storia. Dopo essersi consumati nella loro impossibilità di confondersi ancora più di quel troppo già sfogato.

A volte i disordini sono null’altro che l’ordine perfezionato.

Aurora V. W.