Luoghi capitati

Credo ci siano per tutti, nella vita, i luoghi che ne segnano i passaggi, le tappe, gli eventi. Nel mio caso, penso ai luoghi legati alla mia nascita e infanzia e poi a quelli in cui tanto ho vissuto, non per nascita, non per scelta, ma perchè luoghi a me capitati.
Sono luoghi con cui ho discusso, bisticciato, litigato. Luoghi apparentemente noiosi, aridi e monotoni, che poco sembravano poter offrire.

Uno di essi è il luogo che sto per abbandonare ora e a cui probabilmente mai più tornerò.
E’ un luogo che si chiama Maccarese, si chiama Fregene, Fiumicino, si chiama Litorale Romano.

Si chiama pianure pianure e pianure, quelle che ho odiato, una volta, nel cuor dell’Emilia.
Che ho odiato perchè impostami di scegliere, di preferire, di categorizzare.
Di scegliere tra boschi e mare, tra monti e valli, tra nubi e cielo, freddo e caldo, pioggia e sole.
Oggi però non scelgo, oggi mi ritrovo qui, e osservo.
Osservo un diverso modo di vivere la vita.
Un diverso modo, della flora, di trovare il suo posto su questa Terra, di un ramo che si protrae cercando il sole e si curva alla furia del vento; osservo come un cespuglio possa nascere da grigia sabbia; come le antiche cure pullulino su queste coste, tra foglie e frutti di arbusti dimenticati chiamati lentisco, mirto e rosmarino; m’inebrio al passar sotto un eucalipto candido e profumato, che al vento ondeggia e danzante mi sa ristorare, o al tocco degli aghi di un pino che setolosi annunciano il mare.
Un diverso modo, della fauna, di trovar riparo tra le radici di un leccio, ai piedi del corbezzolo infuocato, nella pancia di una terra sventrata; quello di una piccola volpe che per tre giorni ho atteso e salutato, con il cuore sobbalzante alla sola vista di due rosse orecchie e di una coda vaporosa; quella di un angolo di tropici anche qui, accanto all’Etruria, nel centro d’Italia che sul Tirreno s’affaccia.
Sì, un angolo di Colombia l’ho trovato sui rami del pino davanti casa, con lo svolazzare del parrocchetto monaco e il vivace chiacchiericcio di quello dal collare, con il naso all’insù all’annuncio del loro tenero borbottare e all’incanto della verde sgargiante livrea sfrecciare.

Al tramonto sognante li immaginavo su un Rio, in un futuro lontano seduta al bordo di un cielo rosa umido e lussureggiante, in un angolo qualsiasi del cuore amazzone equatoriale.
Me li immaginavo ricercatrice, camicia di lino, coltre di zanzare e cuore pieno di selvatiche avventure.
Ora li vedo qui, maglione di lana, soffiante tramontana e cuore pieno… di selvatiche avventure.
Li vedo in un posto capitato, dove il mio tempo è cresciuto e i fanciulleschi desideri sono cambiati.

Qui dove i sogni si sono evoluti e il fascino più grande affonda su di me la mia terra.

La grande avventura è davanti ai miei occhi e vibra sotto i miei piedi di adesso. L’eterna meraviglia mi si accende nel risveglio di ogni mediterranea mattina.
E questo luogo di infinite pianure riserva distese di prati, campi agricoli coltivati, nostrana macchia e avifauna d’acqua. Di grandi migrazioni è rifugio questo luogo, antro di anatidi, ardeidi e falchiformi predatori. Ho trovato fiaba anche qui, nel volo di un airone, di garzette e guardiabuoi che illuminano il giorno anche nei miei buii pensieri. Ho camminato, e il silenzio mi ha avvicinato a questi bianchi cavalieri, schivi e timorosi, ma il sol mirarli mi ha scaldato il cuore.
Qui, così vicini alla distruzione dell’umana fame, ho ricordato i casali rossi di campagna e le vie del mercato. Quelle in cui il piede portava lontano e la forza di un carro era lo zoccolo di un bue. Nel borgo di pietra, arroccato al castello di San Giorgio, dove un limone pende il suo ramo sulla strada e i giardini all’italiana fanno da sfondo a un concerto sax d’altri tempi.
Qui dove in bici percorro asfalti e raggiungo il mare, e in cui l’inverno ancor sa abbronzare. Ora che il cielo è il nuovo tetto dei miei giorni, in cui le stagioni rincorrono i miei anni, in cui il tempo non è più eterno come quello dell’infanzia, ma che riassapora il presente e il suo muoversi incessante.
Sto per lasciare le ennesime pianure in cui ho capitato  la mia vita, ma questa volta le amo.

E amo i loro inverni, che sanno ora donarmi calore,

e le dune dell’Arrone,

che hanno risvegliato una Tarifa d’Andalusia e che proteggono distese di boschi alla mediterranea,

che da rovi diventan rami,

cespugli e arbusti d’edera cosparsi,
rampicanti di bacche e balsamico fogliame,
e nel suo antro piccola luce v’a dispiegarsi
costruendo tra i sassi un’insperato reame.
Apre gli occhi chi dalla vita è toccato
E in ogni dove trova un luogo incantato.
Così alle antiche coste della città eterna
Dedico queste rime fatate
Come fa cantastorie in una vecchia taverna
Che su veliero viaggia a vele spiegate.

Aurora V.W.

Piccola rossa

Piccola rossa ti ho visto passare

Silenziosa socchiudi

i tuoi occhi al sole,

i tuoi occhi d’arancia,

o liquida ambra,

o d’oro dipinti:

ancora non so.

Ci siam incontrate, lontane ma attente

Attendo e ti colgo sorniona e presente.

Inauguro quindi un nuovo cammino

In cui passo passo ti conoscerò.

E volgo il mio sguardo al mio soliloquio,

gli occhi a terra e appari tu.

Il cuore sobbalza e sente sognare

Creatura dei boschi

Ti ha di fronte a sè.

Mi avvolge la mente e tutto scompare

Il buio s’accinge e vuol governare

Dispersa di pioggia

Nell’acqua del cuore

Distrutta nel sole

Io vago in me

Ma tu fluttui e corri

poi salti raggiungi

Dissolvi e lì sfrecci

Mi appresto dov’è.

T’immagino, arrivi

Mi perdo, avvicini.

Ma Piccola rossa

Ti voglio svelare:

“Lo stesso nome

ci ha dato l’amore,

Io oggi ti cerco

per esserti amica,

segreto suggello

è l’arcana lealtà.”

Aurora V. W.

Nei miei tempi – imperituri, antichi ed eterni

E nel pensare all’amor più grande che risuona nel cuore, in me,

io penso alla vita.

Penso alla vita, e alle tante forme che la vita, al di fuori di me, assume.

Perchè c’è una vita in me, lo so, è così,

e c’è una vita intorno me, lo so, è così.

E penso alle creature, che sono questa vita, e tra queste creature, penso

Alla bianca pennellata che giù, di tanto o spesso, attraversa i cieli.

Penso a te,

a te gabbiano che tanto ti han poetato,

che tanto ti han ammirato.

Non per quello io oggi mi rivolgo a te,

ma per sentimenti imperituri, antichi ed eterni.

Perchè se nei tempi  – nei miei – che da quando apersi gli occhi,

a quando oggi, ricordo;

se nei miei tempi, io a quelle distanze son radicata,

in quelle immense grandezze io so mi si apre il respiro, mi si riempie il cuore;

se così è, a te mi rivolgo.

A te perchè di ali un po’ tutti parliamo,

sulla bocca di ognuno quest’ali un po’ stanno.

Ma non è per le ragioni di tutti che oggi io qui, mi rivolgo a te, gabbiano.

Parlo con te perchè nei miei tempi, io so, che nel vivere tu, hai compreso ciò che conta.

Solchi i cieli, suoi tuoi mari, e vorrei dirti che se pensassi  io un giorno, di essere altra cosa, penserei io a te.

Perchè se oggi,

se qui,

se sempre,

nei miei tempi;

io su queste sabbie,

tra queste acque,

in questo sale,

sono tanto stata, e solo senza,

inizio a volere queste sabbie, queste acque e questo sale;

allora credo che una creatura che abbia le ali, e quindi voli, e quindi senta il gioco delle correnti che la portano ora ad est, ora a sud,

allora credo che una creatura che viva tutto questo

sia una creatura da voler essere.

Ed è per questo che alla fine, stasera, tra le mie righe e i miei sorrisi,

tra i miei pensieri e il mio parlare,

mi rivolgo a te.

Perchè se tutto è cosi com’è, nei miei tempi,

se così è,

allora, se ognuno sceglie l’animale che vorrebbe essere in sè,

allora probabilmente io sceglierei te.

Aurora V. W.

Inno a questa notte e a questa tempesta

Perchè la notte porta con sè la follia, i sogni e la malinconia.

Porta con sè l’emozione di un giorno non vissuto, del dolore mai pianto e del terrore ingabbiato.

Porta con sè la mia notte un’esplosion di incertezze, di paure urlate e violente amarezze.

Io notte da te fuggir non voglio più, ma incatenarmi e sprofondare. Dalle tue sabbie mobili voglio farmi risucchiare.

Ordine e misura in te notte son uccisi, l’istinto sovrano governa l’azione.

Pulsazioni di vita son di notte padrone, inghiottimi vita, notturno fragore.

«Oh tu notte mi hai catturato

Nella tua tela m’hai ingabbiato

Voglio urlare, come nessuno sentisse

Urlare e creare.

Oh mia notte mi hai qui fucilato,

non riesco più a dormire

non riesco più ad esser l’ombra dell’amore

cos’è amore quando poi si materializza?

E’ assenza il vero sentimento,

di perdita sa il vero mio tormento,

e’ forse l’idea che fa di sè innamorare

è immaginare che fa desiderare

è non avere che porta a bramare

è non potere che sprona ad andare

è l’impossibile che spinge aldilà

è il pensiero che sovrasta il vero.

In me è così che vive l’emozione

In me è così che nasce il sentimento

In me la nostalgia è come acqua nel deserto

La tristezza poesia

La disperazione la più alta compagnia.

Quando meno sola mi sento

È quando le tre m’assalgon d’un tratto

Quando divoran in me di luce ogni sprazzo

Di gioia ogni schiamazzo

Quando l’estate rigetto

E la pioggia, il grigio non più mi è stretto

Chiedo anzi ancor più tremore

Ancor più di quell’immane terrore

Chiedo che il fulmine più forte mi abbatta

Che coperto quel cielo

Da grigio si faccia ora nero

Che l’aria pesante

Di rabbia stracolma

Rilasci su me la sua ira feconda!

Chiedo che il tuono annienti il mio giorno

Che il buio battezzi un mio nuovo ritorno

Chiedo che la tempesta

non tenda a esitare

Nè riconosca in me

la sua figlia da amare.

Che in un sol colpo

Mi faccia volare

Che l’ombra mi avvolga

E fertili renda

le mie mani

la mia voce

il mio cuore.

Che dal novembre infinito

 di questo invernale maggio

Primavera nasca

di creazione e coraggio

Che il mio tormento, io chiedo

Dal creator mi venga mandato

E che in ogni goccia

Di mia lacrima e pioggia

Un bocciol d’arte sia in me generato

Aurora V. W.

Mi chiesi

Mi avevan chiesto di te

Mi avevan chiesto chi eri

Ma neppur io, che ben conoscevo,

rispondere seppi.

Mi avevan chiesto di me

Mi avevan chiesto chi ero

Ma neppur io, che ben conoscevo,

rispondere seppi.

Mi chiesi per cui

Da sola nell’ombra

Chi fossi io prima,

Chi fossi io ora.

Mi chiesi così

a cosa ero creata,

a cosa creare.

Mi chiesi ancor

Chi fossi per te,

Chi fossi quel giorno

In cui nacqui e iniziai.

Mi chiesi e guardai

Il vivo in me

Nell’ambra degli occhi

Palpitanti e vital.

Mi chiesi chi sono,

Chi sono io qui

Per chi sempre mi ebbe;

Chi sono io lì

Per chi dopo mi seppe;

Pezzetto su viso

Frammento su frase

Mi chiesi e io so

che sempre fui sì,

la luce e l’alba.

Aurora V. W.

Vivere senza tempo

E’ strano come ogni cosa ci appaia diversa, grazie ad anche soltanto una piccola esperienza che ci illumini il presente.

Come tante volte si ricevano risposte a domande antiche, proprie, ancestrali, quando ormai pensiamo che quasi non ce ne importi piu’. Quelle domande  che erano dell’infanzia, domande dei tempi perduti, ma invece no: noi siamo sempre cio’ che siamo stati, alla fine e’ solo un po’ di tempo che ci attraversa e che pian piano ci cresce e ci invecchia. Alla fine no, siamo sempre noi.

Semmai dovremmo solamente conservare di più quel passato incontaminato che riesce ad osservare con gli occhi della meraviglia. E ho pensato che serve vivere il tempo senza tempo, la vita senza coscienza, l’alba come nuovo pulito cielo dalla pioggia rischiarato. E che è nel tempo senza tempo, nel tempo senza ora, senza inizio e senza fine, che la vita, essenzialmente e veramente, si compie.

Nel confuso organizzar di scadenze, impegni e orari, il tempo ci domina, e ci sembra correr via senza ritorno. Avete mai pensato, se non conoscessimo orari e lancette, quanto ci interesserebbe il valore del tempo, della durata di un’azione? Finisco per pensare che vivendo incessantemente, seguendo semplicemente la vita che in noi scorre, un orologio non servirebbe. Abbiamo gia’ tutto cio’ che ci occorre. Le scadenze il sole, le stagioni e i cicli della natura, che così perfettamente hanno dettato la nostra vita per ere.

Ah questo tempo maledetto! Ah se avessi più tempo! Ah non c’è più tempo!

Perchè non poter vivere per vivere? Perchè non abbandonarsi, lasciarsi guidare, fidarsi? Perchè?

Era nella natura sua interna di compromettere ogni abbandono, ogni fluire, ogni andare, ma comprendeva di non poter proseguire, così facendo.

E pensò che sì, era nell’intimo scorrere di sè stessa, che avrebbe scovato il segreto, la risposta alla domanda di sempre, al tormento di sempre, allo squilibrio di sempre.

Ciò che era, ciò le rispondeva. Ciò per cui era nata e la natura l’aveva creata, che sempre aveva amato e veduto come il più alto dei compimenti che avrebbe potuto raggiungere. Ma tanto rumore, tanta confusione, tanto vociare avevan rapito, mascherato e nascosto ogni più vera natura. Ma era un frutto acerbo, che avrebbe necessitato tempo e tempo per maturare. E lo accettò.

A nulla serviva navigare contro sè stessa, se non ad inevitabilmente affogare. A nulla serviva urlarsi addosso, strapparsi dalle viscere il dolore e scappare, scappare, scappare. Doveva oltrepassarsi, accettare il tempo su di sè, la vita su di sè, l’incombere su di sè.

In sabbie mobili sarebbe sommersa, cristallizzata nella sua forma perfetta, ma congelata per sempre nel non voler proseguire.

Soltanto amando ciò che diventava, accettando ciò che era, il tempo l’avrebbe risparmiata. E guardandosi indietro, in realtà capì che non c’era nè un prima nè un dopo, ma soltanto un eterno andare e continuare, un eterno sempre che soltanto la sua mente spezzettava e frammentava. E nel frammentar la sua vita, le pareva che il tempo la divorasse appieno.

Ah questo tempo maledetto! Ah se avessi più tempo! Ah non c’è più tempo!

E giorni e giorni aveva vissuto divincolandosi in quella morsa fatale, sempre più stretta, sempre più forte. E ore e ore di pena e disperazione, che già ben conosceva, ma che sperava un giorno poter dimenticare.

Doveva smetterla di rincorrere il tempo. Di temere di non essere più sè stessa. Quelle dolorose tappe doveva ora oltrepassare. O nel vortice risucchiata sarebbe finita. Per sempre.

E allora sì, avrebbe lottato, scalato e vinto. Così si era detta. Che il tempo sia! Che il tempo di vivere sia! Di andare, proseguire, diventare.

Così sia!

Aurora V. W.