C’è chi ha l’eterna estate, c’è chi ha i mesi di passaggio

Quando dici alla gente che vai in Colombia, l’esclamazione più frequente che ne segue è: “Ahhh… Beata te, vai al caldo eh?”. Nel mio caso, essendo la mia destinazione Bogotà, a questa battuta non potevo che rispondere “Bogotà sta in mezzo alle Ande sai… Fa tutt’altro che caldo… E per di più, la temperatura autunnale è stabile per tutto l’anno, quindi stai tranquillo perchè non suderò di certo!”

In effetti, non ebbi caldo a Bogotà. Se poi teniamo anche conto del fatto che ogni notte era accompagnata da una bella escursione termica, il perenne autunno bogotano risulta ancora meno confortevole. Questa città si è sempre divertita a giocare con la mia poca simpatia nei confronti delle basse temperature, dei giacconi e dell’abbigliamento da pupazzo da neve che durante gli orari notturni era il mio outfit preferito. Eh si, uscivo sempre incappucciata per affrontare il freddo, ma puntualmente, quando guardando il cielo prevedevo pioggia e bufere, l’estate decideva di irrompere sulla scena, e io mi ritrovavo ad avere in braccio tutto il mio guardaroba comprendente maglione, sciarpa e giubbotto, mentre addosso non mi restava altro che una stupida t-shirt. Ottimo. Dall’autunno all’estate nel giro di cinque minuti, per poi passare dall’inverno e finire con la primavera. “Questa è Bogotà, abituatici” mi ripetevo ogni giorno, ma continuavo a non tollerare affatto la sua voglia di scherzare con il tempo. Bogotà è famosa in effetti per i suoi frequenti sbalzi di temperatura durante una sola giornata, ma il suo clima, agli occhi di un’italiana del sud come me, è piuttosto fresco.

E poi, a mezz’ora di viaggio dalla capitale della “Locombia”, ci si ritrova nelle terre dell’eterna estate. Sono tante, le terre dell’estate colombiana. Sono nei pressi del mare, dei deserti, della savana. Ma quelle che conobbi io erano nei pressi della foresta tropicale, i cosiddetti “llanos orientales”, a cui si accede tramite l’affascinante Villavicencio. Le pianure orientali, così torbide e afose, erano cariche di acqua sospesa a mezz’aria e pronta a riversarsi sul suolo nei momenti più inopportuni. Il cielo che le sovrastava era così impregnato di pioggia imminente che l’unica parola adeguata per descriverle mi sembrava“sfocate” o “appannate”, come l’effetto che si crea su una finestra a causa della troppa umidità. Io le vissi nel mese di novembre, e pensando al freddo italiano di quei tempi, mi sentivo alquanto felice di passare un inverno estivo, seppur zeppo di acqua. A dire il vero ogni volta che scoppiava un acquazzone ero la persona più euforica del mondo, perchè mi sembrava impossibile credere che finalmente sentivo sulla mia pelle la pioggia equatoriale. I tropici mi mandavano in fibrillazione, ed io mi ritrovai a tutti gli effetti nella terra dell’eterna estate. Così mi piaceva chiamarla, e così era di fatto, sebbene per i colombiani fosse normale avere la stessa temperatura tutto l’anno. E’ chiaro che una delle domande più frequenti che mi facevano, appena conosciuta, era:

“Ma quindi voi italiani avete le stagioni?”.

Se in un primo momento questa domanda mi lasciava incuriosita, poi ne capii la rilevanza.

“Non oso immaginare lo stress che si provi a dover rinnovare il guardaroba ogni tre mesi… Ed il cambiamento degli orari poi, non ne parliamo! Come fate ad orientarvi, se il sole non tramonta e non sorge mai alla stessa ora?”

Spesso pensavo, e continuo a pensare, che vivrei tutto l’anno in bikini, ma stando laggiù iniziai a comprendere il fascino delle stagioni. Dei cambiamenti durante quei mesi di passaggio, come lo sono settembre, marzo, giugno. Tra i tre, settembre è quello con cui ho sempre avuto il rapporto più particolare. Credo che la parola più adatta sia passionale. Un legame molto forte tra amore e odio, che mi ha sempre fatto vivere le emozioni più disparate in un arco di tempo veramente breve. La nostalgia, per esempio. A settembre la luce cambia, la notte diventa più frettolosa, i locali si svuotano, gli amici universitari partono, uno ad uno vanno via. Ma c’è dell’altro: c’è la gioia. A settembre la spiaggia diventa libera, si concede a chi rimane e a chi la conosce come le sue stesse tasche. Non si combatte più per ottenere un angolino di sabbia e stendere il proprio asciugamano. La totale disponibilità di questi spazi ci fa sentire padroni del mondo e dell’universo. Noi indigeni siamo onnipotenti, nella nostra terra di settembre, e in questo periodo ci impadroniamo di tutto il sole e il mare che nei mesi precedenti abbiamo dato in prestito ai turisti. E poi, a settembre c’è la fine e ci sono gli inizi. La fine delle vacanze, per chi lavora tutto l’anno, l’inizio delle stesse per chi è un lavoratore stagionale. La fine delle serate afose in pantaloncini e canotta, l’inizio di quelle più fresche che invitano a coprirsi un po’. Ci si trova un po’ a metà strada tra la rassegnazione e la voglia di novità, perchè è anche il mese del vissuto e dell’avvenire. Racchiude l’estate appena vissuta, settembre. E’ l’insieme delle emozioni di quattro intensi mesi, pieni di avvenimenti e di storie da raccontare. Ma è anche il momento dell’avvenire, perchè si riflette sui progetti futuri, si pensa ai doveri, al lavoro, alla scuola. A ciò che verrà.

Pensando a tutto ciò, le stagioni assumono un nuovo significato. Penso ancora che amerei da matti essere baciata dal sole per dodici mesi all’anno, ma probabilmente avrei spesso voglia di riassaporare i miei inverni, i miei autunni e le mie primavere. E più di ogni cosa, vorrei rivivere le attese e il desiderio. Il desiderio dell’estate soprattutto, che arriva di solito in primavera, ma che ama sorprenderci quando meno ce l’aspettiamo. Nelle più fredde mattine di gennaio o durante una di quelle serate in cui vorremmo che non facesse buio così presto. Perchè per noi italiani l’estate è soprattutto questo: le infinite giornate, i tardi tramonti e le brevi notti, in cui il tempo non è mai abbastanza. Credo proprio che mi mancherebbero le nostre estati, perchè se è vero che la temperatura sarebbe la stessa anche in un altro angolo del mondo, i profumi, i suoni e i paesaggi sarebbero tutt’altro. E penserei a com’è bello stare in spiaggia fino alle nove di sera, aspettando il tramonto per cenare con le ultime luci. Ai tropici in spiaggia ci starei tutto l’anno, si, ma vedrei il tramonto alle sei. E parliamoci chiaro… Chi cena alle sei?

Aurora V. W.

Quando tra il tempo e il viaggio ci siamo anche noi

Il tempo e i viaggi hanno un rapporto strano. L’ho sempre pensato. A volte litigano un po’, vanno in direzioni opposte o si inseguono, come quando viaggiando in aereo verso ovest rincorriamo il sole e ci sembra di sfidare chissá quale potenza della natura. Il giorno sembra non finire mai, i tramonti e le albe si dilatano, lassù nel cielo dei viaggiatori, mentre tutto trascorre normalmente per chi rimane a terra. E diciamoci la verità: questo ci fa sentire privilegiati. Ci fa sentire “su una nuvoletta”, letteralmente, ed è il primo segnale della contrastante relazione d’amore tra il tempo e il viaggio, che ci fa percepire i nostri giorni diversamente, mentre siamo via di casa.

Anche quando il nostro pellegrinaggio è finito, la “percezione da viaggio” ci mette un po’ di più a salutarci, facendoci vivere una fase di transizione che sta sospesa tra il passato e il presente. Per un periodo di qualche giorno o qualche settimana, questa nuova sensazione si intrufola nella nostra mente, come a voler prendere possesso del nostro solito approccio alla realtà.

A me succede spesso, se mi assento per più di qualche settimana. La mia quotidianità, che prima non subiva alcuna interferenza, inizia a prendere nuove sembianze, ed ogni mio gesto diventa a volte una sfida, a volte un sospiro di sollievo. Perchè non mi basta essere tornata a casa, per essere davvero presente.

Ci vuole tempo. Tempo per riabituarmi alla dimensione della consuetudine che ha sostituito quella del viaggio. Tempo per riappropriarmi della consapevolezza di dove mi trovi, senza continuare a svegliarmi di mattina convinta di essere altrove. Tempo per sentirmi nuovamente in un luogo soltanto, e non in due contemporaneamente. Perchè trovarmi in un posto ed esserci completamente non è poi così scontato. Per qualche giorno vivo in una sorta di condizione di sdoppiamento e mi scopro abitando in due luoghi all’unisono.

Apparentemente non è cambiato niente: faccio quello che ho sempre fatto prima di andarmene, ma con una parte di me stessa sono ancora lontano da casa. Mi trovo ancora sei ore indietro nel tempo, dall’altra parte del mondo, e mentre il cielo si fa buio, passeggio per strada in pieno giorno. Sono tra i miei familiari, incontro i miei amici, ma so che il mio viaggio non è ancora finito, so che durerà qualche giorno in più. A volte la dilatazione del viaggio può complicare le cose, ma in altre occasioni è ciò che mi protegge dal distacco con chi lascio indietro e che forse non rivedrò mai più. Sì, perchè ho la consapevolezza di non essermene andata davvero fino al momento in cui oltre al corpo, anche la mia mente se ne convincerà.

E in quel momento, succede qualcosa. Si smuove qualcosa, finalmente. Smetto di sentirmi lontano da dove mi trovo realmente, i fili che mi legano al luogo e alle persone che ho lasciato si spezzano uno ad uno, consegnandomi definitivamente al presente, al “qui ed ora”. Il viaggio accetta di diventare un ricordo, e smette di tornare a trovarmi ogni giorno. Neanch’io cerco più così tanto la sensazione di essere ancora via, lontano. Sono tornata a casa. La percezione distorta che mi sono portata dietro dal viaggio se n’è andata, forse per sempre. O forse è in viaggio lei, stavolta. In viaggio verso la mente di chi sta per tornare a casa come me qualche giorno fa, per scombussolare un po’ anche la sua vita e poi tornare qui, dove sono io. Magari fra qualche mese, magari fra qualche anno, dipenderà dalle mie scelte.

Ma se partirò di nuovo, la rincontrerò. La vedrò da lontano farsi strada in me, cercando di confondermi un’altra volta, ma so che sarà diverso. Sarà diverso perchè la saluterò con una nuova consapevolezza, quella di chi sa a quale esperienza va incontro e sceglie un sorriso come risposta. Perchè dopo la fase di transizione, ci troviamo davanti noi e la realtà, ma mentre quest’ultima continua ad avere il ritmo di sempre, noi siamo cambiati. Ed è l’insieme del viaggio, del ritorno, e della fase di transizione, che ci sbatte in faccia il nostro cambiamento. Così, a freddo.

“Sei cambiata, eccoti qua i fatti compiuti”.

Eppure è passato solo qualche mese. Come se non bastasse, mi si staglia davanti ogni singolo momento che ho vissuto nei giorni prima della partenza, sembra quasi che nella mia stanza, nel mio giardino, o per la strada di casa siano rimasti lì immobili quei momenti. Torno a casa, e mi vedo com’ero qualche mese fa. Mi vedo com’ero perchè la “me stessa” di quei giorni è ancora lì, ma adesso, vicino a lei, ci sono anch’io. Sono il risultato di ogni singolo avvenimento che ho vissuto lontano dal mio porto eterno, ma vedo chiaramente ciò solo dopo la mia assenza. Sebbene io sia cambiata e continui a cambiare giornalmente anche mentre mi trovo a casa, è il distacco a definire le differenze tra il “prima” e il “dopo”.

Non mi resta che sorprendermi, sorridere ed ammirare nuovamente l’effetto sconvolgente dell’amore. Non importa che tipo di amore sia, so che stavolta è quello tra tempo e viaggio, ma in qualsiasi circostanza e situazione nasca, arriva a creare grandi cose. Degne di essere amate, odiate e vissute da impazzire.

Aurora V. W.

A chi è nato e cresciuto di mare

Non ci importa se al mare ci andiamo per farci un bagno, se per una passeggiata, o per dargli un’occhiata soltanto: del mare ne abbiamo bisogno, a prescindere da tutto. C’è un disagio comune a tutti noi uomini e donne di mare, che inizia a crearsi quando viene a mancarci la nostra distesa di acqua salata. E’ una sorta di voragine interiore, un qualcosa di difficilmente descrivibile, ma che ci urla contro, quando andiamo a vivere in un luogo nel quale il mare non sia esattamente a vista d’occhio e a portata di mano.

Nel mio caso, la città ladra del mare che scelsi, per necessità di studio, fu Bologna. Deve essermi venuto un colpo di genio quando dalle spiagge paradisiache della Costa degli Dei pensai di farmi un giro di ben tre anni lassù, in mezzo alla nebbia padana. Che sia chiaro, devo molto a Bologna e alla sua università.  Niente da dire riguardo a questo e alla miriade di iniziative giovanili che offre e che ho amato. Il mio disappunto si riferisce semplicemente all’infelice ubicazione geografica in cui la bella “Rossa” si trova, e che risulta tale probabilmente solo per chi è nato e cresciuto a pochi minuti dalla spiaggia.

Ricordo che non vedevo l’ora di iniziare la mia nuova avventura universitaria, e il timore di allontanarmi dal mare non mi toccava minimamente. Lo shock, stranamente, fu graduale ma persistente, nel senso che una volta fattosi strada in me, si radicò ben bene.

Fu solo dopo i primi mesi del mio soggiorno, che iniziai a sentirne veramente la mancanza. Certamente l’entusiasmo iniziale della nuova esperienza aveva fatto la sua parte nel farmi evitare di pensarci, ma quando questo passò, il “disagio da gente di mare” ci mise poco a farmi visita. E non si limitò a rimanere per un caffè: decise di accompagnarmi per molto di più. Ma in tutto questo, scoprii qualcosa di fortemente gratificante nella comunità degli studenti fuori sede. Iniziando a parlare di questa sensazione con chi come me aveva lasciato il proprio mare, fu chiaro che la mia esperienza non era personale, ma comune a tutti gli italiani “costieri”. E facendosi strada tale consapevolezza in ognuno di noi, di pari passo nacque quella forte solidarietà che caratterizza il legame di chi condivide le stesse esperienze. Com’è facile immaginare, fu solo in quelle circostanze che iniziammo a comprendere che non era scontato vivere in luoghi da cartolina.

Ecco quindi il caro fenomeno del “ti rendi conto che ami qualcosa solo quando ti viene a mancare”: niente di più vero e provato. Possiamo ripetercelo un milione di volte tentando di capirne il significato, ma fino a quando non proviamo sulla nostra pelle la mancanza di qualcosa o qualcuno a cui teniamo, non comprendiamo mai realmente cosa voglia dire.

Questo mi accadde quando mi allontanai dal mio mare. E ogni volta in cui ci tornavo, il semplice fatto di scorgerlo all’orizzonte riempiva il mio cuore di aria e luce. Dovevo semplicemente vederlo, o meglio ancora sapere che lui era lì, ed ero a posto per il resto della giornata. Perchè con i luoghi della nostra vita ci succede ciò che viviamo anche con le persone che amiamo:  non passiamo tutto il nostro tempo con loro, ma ci dà pace anche solo sapere che sono vicino a noi. Le persone però possiamo telefonarle, possiamo scrivere loro e sentirle vicine anche nella lontananza, mentre con i luoghi che ci hanno visto crescere si crea un legame viscerale che ha bisogno di essere alimentato con il tatto, con l’udito, con la vista. Dicendo “vista” poi, non intendo certo limitarci a contemplarne una foto ricordo, ma vedere quei posti realmente, averceli di fronte in “carne ed ossa”.

Quando siamo bambini poi, e fino al momento in cui decidiamo di lasciare il nostro porto, nessun altro mondo all’infuori di quello natìo potrebbe essere sentito come casa. Ciò accade soprattutto a chi durante l’infanzia e l’adolescenza ha avuto la fortuna di crescere in un unico luogo, senza dover traslocare di tanto in tanto. E se quel luogo è il mare, capita che non si riesca ad immaginare la propria vita senza quei tre mesi di estate in spiaggia. Quei tre mesi che diventano “l’estate standard” per tanti ragazzi italiani, e che si abbandonano con fatica quando si inizia ad andare via per l’università, per il lavoro, o per qualsiasi cambiamento che la vita ci regala.

E’ incredibile come ci rendiamo conto di questo privilegio solo quando siamo a diretto contatto con una realtà opposta. Molto probabilmente continueremmo a vivere nell’idilliaca convinzione che sia normale, avere il paradiso sotto i piedi, convincendoci di conseguenza che non è nemmeno così unico come sembra ad un occhio esterno. Ma la storia di chi rimane al mare non è la mia, per cui non posso dire molto. La mia storia è quella di chi l’ha lasciato, forse momentaneamente o forse no, ma essendo tale, mi limiterò oggi a soffermarmi su di essa. Per vari motivi, questa storia porta a traferirsi quasi sempre in città, soprattutto se come me si proviene da un piccolo paesino.

E quando arriva quel momento, possiamo trasferirci in una città di pianura, come capitò a me, o in una città circondata dalle montagne, come sarà capitato a qualche altro marinaio. O ancora, c’è chi trova il compromesso, e sceglie una città di mare: due in uno, no? Cosa si potrebbe chiedere di meglio?

Ma in qualsiasi caso, il nostro mare ci rimarrà nel cuore, in testa ed in gola. Sì, in gola e anche nel naso, come quando tra le onde andavamo giù e subito dopo iniziavamo a lottare contro la risacca per uscire fuori, iniziare a correre e gridare “Ho bevuto di nuovo… Mi è entrata l’acqua nel naso”, sapendo benissimo che adoravamo alla follia tutto questo, e che da lì a pochi minuti ci saremmo rituffati per sfidare il mare mosso, ricominciare ad andare giù e riempirci di acqua di mare. E così… sentirci parte di lui per sempre.

Aurora V. W.

…C’erano una volta il foglio bianco e la foto interiore

Ostinarsi a voler portare a casa qualche scatto decente nonostante la giornata sembri poco produttiva e il luogo, le circostanze, le persone ancora meno: una situazione, inutile dirlo, molto comune. Ed essendo comune, l’ho vissuta anch’io. Con più esattezza, è successo proprio qualche giorno fa, trovandomi in una cittadina della Svizzera tedesca vicino ai confini con la Germania. Si tratta di una città a misura d’uomo e abbastanza carina, ma che alcuni giorni sembra proprio non ne voglia sapere di rendersi attraente per qualche scatto (eh si, dovevo uscire proprio io in uno di quei giorni…).

Lo sappiamo, l’occhio del fotografo riesce sempre a captare qualcosa di interessante da immortalare, anche nelle situazioni più estreme, quando il soggetto che ha davanti somiglia ad un foglio bianco privo di carattere. Ma tali situazioni in realtà sono più comuni di ciò che si pensa, ed è esattamente di questo che voglio parlarvi. Della realtá che ci circonda quando si presenta ai nostri occhi piatta, monotona e senza personalità: un foglio bianco da riempire. Perchè se è vero che in molte occasioni possiamo essere fortunati e capitare nel posto giusto al momento giusto e realizzare delle splendide fotografie senza sforzo, è anche vero che sono molto più frequenti le occasioni in cui questi ingredienti non si presentano tutti insieme.

Tornando alla mia giornata “no”, devo dire che oltre alla città, che sembrava non offrirmi nulla, nemmeno io volevo saperne di impegnarmi abbastanza. Continuavo a girovagare insoddisfatta, a fermarmi di tanto in tanto davanti ad una parvenza di vita nei vicoli, per poi ricominciare a camminare senza motivazione. Proprio tanta voglia di fare, direi. Condita poi da un pensiero ricorrente, che di certo non avrebbe portato ad un miglioramento: “Certo che qui non c’è proprio niente da fotografare… Niente. Ah, guarda un po’ lì, prova a scattare, c’è un gruppo di bambini interessanti… Ma no, che dico… E poi se ne sono pure già andati. Basta. Ciao, me ne torno a casa”.

In poche parole, cercavo solo dei buoni motivi per convincermi del fatto che non ci fosse nulla da fotografare. Uno di quei momenti in cui qualsiasi pretesto è valido per giustificare la propria pigrizia.

Il giorno dopo però, ritrovandomi negli stessi posti, tutto aveva un altro aspetto. Riuscii a racimolare una bella serie di scatti, che molto probabilmente avrebbero potuto essere frutto anche della mia giornata precedente. Ma quell’occasione era stata un fallimento soltanto perchè mi era mancato un ingrediente fondamentale. E parlando di ingrediente fondamentale non mi riferisco all’attrezzatura, come potrebbe esserlo la fotocamera. Tantomeno mi riferisco al soggetto, come quel paesaggio mozzafiato o l’evento del secolo, che possono spesso aiutarci a produrre foto stupende, ma che non sono il vero segreto per ottenerle. Ancora una volta, il segreto risiede nel nostro mondo interiore.

La realtà, a livello oggettivo, è uguale per tutti. Ognuno di noi, camminando per strada, vede davanti a sè palazzi, passanti, semafori, negozi. Ed ognuno, parlando della dimensione prettamente “materiale” della realtà, vede tutto ciò come lo vedrebbe qualsiasi altra persona. Ma è in questo punto della nostra “visione del mondo”, che possiamo innescare quel magico processo interiore che ruba l’anima alla realtà per trasformarla in una foto.

Possiamo decidere di iniziare ad osservare e vedere diversamente i soggetti altrimenti uguali per tutti. In poche parole, possiamo decidere di attivare il famoso “occhio del fotografo”, e cambiare tutto ciò che abbiamo davanti. E’ come se innescassimo un meccanismo in grado di interporre un filtro tra noi e ciò che vediamo. Ed ecco che iniziano a venire fuori un sacco di persone, paesaggi, scene da catturare. O meglio: loro sono già lì, ma smettono di essere invisibili solo quando abbiamo la consapevolezza che sta a noi, renderli interessanti. Se non attivassimo questa piccola molla nel nostro io, succederebbe totalmente il contrario. Potremmo trovarci davanti le cascate del Niagara senza riuscire minimamente a trasporne la bellezza in foto. E in questi termini, si conferma come dato di fatto che non abbiamo bisogno della fotocamera più costosa sul mercato per creare capolavori, nè di un tramonto eccezionale, ma di noi stessi prima di tutto.

La foto è là fuori, davanti ai nostri occhi, ma allo stesso tempo è nella nostra mente. Fuori è già viva, palpitante, in attesa di essere vista. Dentro di noi è un potenziale fuoco che dobbiamo accendere personalmente. Unendo i due mondi, quello della realtà esterna e quello della nostra visione interna, creiamo l’opera d’arte, ovvero quella foto. La foto che sa togliere il fiato e coinvolgere l’animo. Che sa far sgranare gli occhi e trattenere l’attenzione, ma per molto più di qualche secondo soltanto.

Aurora V. W.

Perchè Londra? Se a renderla appetibile non sono solo le opportunità

Quando decisi di partire per Londra, la prima cosa che mi venne in mente fu un’osservazione alquanto scettica riguardo la scelta che avevo appena fatto, tanto che rischiava di farmi tornare sui miei passi prima ancora di metterla in atto.

“E alla fine… Anche tu vai a Londra. Ti unisci a quell’enorme comunità di italiani che decidono di cercare fortuna lassù. Ma parlandoci chiaro, cosa ti aspetti di trovare? Non credo proprio che la fortuna, ambita da così tanti, stia lì ad aspettare proprio te.”

Eppure presi l’aereo e partii comunque. Quello che mi aspettavo, in effetti, non erano una serie di occasioni pronte a piovermi dal cielo, ma una città dinamica, multiculturale e viva, nella quale le opportunità ci fossero, ma bisognava comunque darsi una mossa per trarne vantaggio.

Le mie aspettative si confermarono. Nell’arco di sole cinque settimane, Londra mi diede conferma di essere effettivamente molto simile a ciò che centinaia di blogger ed espatriati raccontavano di essa. Durante le mie serate passate nelle “common rooms” degli ostelli alle prese con google, conobbi una gran quantità di ragazzi che, arrivati un fantomatico lunedì, il martedì dopo si ritrovavano con in mano un lavoro. Si trattava per lo più di lavori come quello di barista o cameriere, ma la maggior parte dei “cercatori di fortuna” ambiva proprio a quello. Ovvero alla possibilità di guadagnarsi da vivere, niente più. In molti casi una conoscenza molto basica dell’inglese era sufficiente come lasciapassare per ottenere un impiego.

Ecco quindi la Londra delle grandi oppurtunità. Subito svelato l’aspetto che ne fa una delle mete più ambite da chi cerca lavoro fuori dalla propria patria.

Molti di voi si chiederanno perchè mai un giovane ragazzo, con in mano una laurea, non ci pensi due volte quando si tratta di offrirsi come cameriere nella capitale britannica, trattandosi di un impiego mai preso in considerazione nel proprio paese d’origine. Altrettanti di voi sanno anche che le risposte sono abbastanza logiche: il sapore di una nuova sfida, un po’ di pratica con l’inglese, un altro po’ nel farsi un’esperienza da figlio indipendente. Di questa grande categoria di giovani, però, non mi sono mai sentita parte. Il motivo del mio viaggio era lontano da ciò.

Eppure, quando arrivava il momento di presentarsi ad una persona appena conosciuta ed esporre tutti i motivi che mi avevano portato a prendere questa decisione, ogni volta, puntualmente, vivevo la stessa scena. Sarà stato per l’abitudine di sentirsi raccontare sempre la solita filastrocca, sarà stato per mancanza di attenzione, ma i miei interlocutori, ad un certo punto della mia appassionante storia, mi interrompevano, dicendo: “Ma perchè venite tutti qui a cercare fortuna?”

Ed aggiungo: nella maggior parte dei casi, loro stessi erano in prima fila, tra i cercatori di fortuna.

L’episodio risulta ancora più esilarante se penso che questa stessa domanda l’abbia posta io a me stessa, nonostante sapessi bene che andavo alla ricerca di qualcosa ben lontano dall’esperienza di cameriera o barista in un pub di Soho. Ma ciò di cui sia alla ricerca io fa parte di un’altra storia, che non vi racconterò qui ma magari in un’altra occasione.

Tornando a noi, dico tutto ciò perchè vorrei soffermarmi invece su un altro aspetto che fa di Londra una meta appetibile, ma che si discosta dall’ambito delle opportunità lavorative che questa metropoli ha da offrire, e che quasi sempre è l’unico ad essere preso in considerazione.

Mi è sempre piaciuto infatti riflettere su quei particolari legati all’interiorità umana, su ciò che muove gli animi e porta verso certe strade piuttosto che altre, non per cause esterne, ma per l’intuito, l’istinto e il sentire di ognuno di noi. E tra questi particolari, c’è qualcosa che ci permette di sentirci bene in un luogo, di sentirci a casa. E’ il sentimento di appartenenza.

E’ chiaro che niente può eguagliare il calore della madrepatria, ma la multiculturalità di Londra permette ad ognuno dei suoi abitanti o visitatori di sentirsi quasi a casa. Parlo della presenza di moltissime congregazioni straniere che da anni si sono create a Londra. Gli espatriati si trovano  a vivere in una città globale del Regno Unito, ma subiscono molto meno lo choc culturale del cambiamento poichè entrano immediatamente nella propria comunità d’origine “trapiantata” in territorio britannico. Ne viene fuori che la nostalgia per il proprio paese è attutita fortemente, rendendo più sopportabile l’idea di vivere lontano.

Voglia di una pizza vera? Molto probabilmente svoltando l’angolo troverete una pizzeria italiana, gestita da italiani e degna di essere chiamata tale. Stanchi di parlare inglese tutto il giorno? Fatevi un giro in centro e vi imbatterete in congreghe di connazionali che nella maggior parte dei casi saranno più che felici di scambiare due chiacchiere con voi.

Se ciò che vi blocca nel cercare di intraprendere una nuova avventura è il timore di sentirvi soli e di non sopportare la nostalgia delle vostre radici, sappiate che in una realtà variegata come quella della capitale britannica, questa paura non ha modo di sopraffarvi. Al vostro arrivo sarete infatti sollevati o (chi lo sa… se state fuggendo potrebbe essere possibile!) infastiditi, poichè avrete intorno a voi più voci italiane e di altre nazionalità, che inglesi.

Chi va a Londra non si sente straniero, ma parte del mondo. E in questo grande mondo londinese, troverete una piccola Italia ad accogliervi tra le sue braccia.

Aurora V. W.