Luoghi capitati

Credo ci siano per tutti, nella vita, i luoghi che ne segnano i passaggi, le tappe, gli eventi. Nel mio caso, penso ai luoghi legati alla mia nascita e infanzia e poi a quelli in cui tanto ho vissuto, non per nascita, non per scelta, ma perchè luoghi a me capitati.
Sono luoghi con cui ho discusso, bisticciato, litigato. Luoghi apparentemente noiosi, aridi e monotoni, che poco sembravano poter offrire.

Uno di essi è il luogo che sto per abbandonare ora e a cui probabilmente mai più tornerò.
E’ un luogo che si chiama Maccarese, si chiama Fregene, Fiumicino, si chiama Litorale Romano.

Si chiama pianure pianure e pianure, quelle che ho odiato, una volta, nel cuor dell’Emilia.
Che ho odiato perchè impostami di scegliere, di preferire, di categorizzare.
Di scegliere tra boschi e mare, tra monti e valli, tra nubi e cielo, freddo e caldo, pioggia e sole.
Oggi però non scelgo, oggi mi ritrovo qui, e osservo.
Osservo un diverso modo di vivere la vita.
Un diverso modo, della flora, di trovare il suo posto su questa Terra, di un ramo che si protrae cercando il sole e si curva alla furia del vento; osservo come un cespuglio possa nascere da grigia sabbia; come le antiche cure pullulino su queste coste, tra foglie e frutti di arbusti dimenticati chiamati lentisco, mirto e rosmarino; m’inebrio al passar sotto un eucalipto candido e profumato, che al vento ondeggia e danzante mi sa ristorare, o al tocco degli aghi di un pino che setolosi annunciano il mare.
Un diverso modo, della fauna, di trovar riparo tra le radici di un leccio, ai piedi del corbezzolo infuocato, nella pancia di una terra sventrata; quello di una piccola volpe che per tre giorni ho atteso e salutato, con il cuore sobbalzante alla sola vista di due rosse orecchie e di una coda vaporosa; quella di un angolo di tropici anche qui, accanto all’Etruria, nel centro d’Italia che sul Tirreno s’affaccia.
Sì, un angolo di Colombia l’ho trovato sui rami del pino davanti casa, con lo svolazzare del parrocchetto monaco e il vivace chiacchiericcio di quello dal collare, con il naso all’insù all’annuncio del loro tenero borbottare e all’incanto della verde sgargiante livrea sfrecciare.

Al tramonto sognante li immaginavo su un Rio, in un futuro lontano seduta al bordo di un cielo rosa umido e lussureggiante, in un angolo qualsiasi del cuore amazzone equatoriale.
Me li immaginavo ricercatrice, camicia di lino, coltre di zanzare e cuore pieno di selvatiche avventure.
Ora li vedo qui, maglione di lana, soffiante tramontana e cuore pieno… di selvatiche avventure.
Li vedo in un posto capitato, dove il mio tempo è cresciuto e i fanciulleschi desideri sono cambiati.

Qui dove i sogni si sono evoluti e il fascino più grande affonda su di me la mia terra.

La grande avventura è davanti ai miei occhi e vibra sotto i miei piedi di adesso. L’eterna meraviglia mi si accende nel risveglio di ogni mediterranea mattina.
E questo luogo di infinite pianure riserva distese di prati, campi agricoli coltivati, nostrana macchia e avifauna d’acqua. Di grandi migrazioni è rifugio questo luogo, antro di anatidi, ardeidi e falchiformi predatori. Ho trovato fiaba anche qui, nel volo di un airone, di garzette e guardiabuoi che illuminano il giorno anche nei miei buii pensieri. Ho camminato, e il silenzio mi ha avvicinato a questi bianchi cavalieri, schivi e timorosi, ma il sol mirarli mi ha scaldato il cuore.
Qui, così vicini alla distruzione dell’umana fame, ho ricordato i casali rossi di campagna e le vie del mercato. Quelle in cui il piede portava lontano e la forza di un carro era lo zoccolo di un bue. Nel borgo di pietra, arroccato al castello di San Giorgio, dove un limone pende il suo ramo sulla strada e i giardini all’italiana fanno da sfondo a un concerto sax d’altri tempi.
Qui dove in bici percorro asfalti e raggiungo il mare, e in cui l’inverno ancor sa abbronzare. Ora che il cielo è il nuovo tetto dei miei giorni, in cui le stagioni rincorrono i miei anni, in cui il tempo non è più eterno come quello dell’infanzia, ma che riassapora il presente e il suo muoversi incessante.
Sto per lasciare le ennesime pianure in cui ho capitato  la mia vita, ma questa volta le amo.

E amo i loro inverni, che sanno ora donarmi calore,

e le dune dell’Arrone,

che hanno risvegliato una Tarifa d’Andalusia e che proteggono distese di boschi alla mediterranea,

che da rovi diventan rami,

cespugli e arbusti d’edera cosparsi,
rampicanti di bacche e balsamico fogliame,
e nel suo antro piccola luce v’a dispiegarsi
costruendo tra i sassi un’insperato reame.
Apre gli occhi chi dalla vita è toccato
E in ogni dove trova un luogo incantato.
Così alle antiche coste della città eterna
Dedico queste rime fatate
Come fa cantastorie in una vecchia taverna
Che su veliero viaggia a vele spiegate.

Aurora V.W.

Etruria, Autunno

Oh mio eucalipto soave
Che il tuo balsamo
per le strade qui effondi
Come se tra le tue foglie
Sussurrar di soffi udissi
Baci di sale soffi marini
Fruscia il silenzio tra gli aghi di pini
Pini poi alti che s’ergono al ciel
Pini e pineta profumano il mare
Le dune s’incorrono e l’onde pioggiasche
Piove la spuma in mar si frantuma
Frantuma e s’infrange su scoglio antracite
La nuvola grigia il re astro trafigge
Con spada di luce
Spalanca il sipario
Le porte d’autunno separa l’effigie.

Farina di sabbia è lava di grano
Di grano carbone, nero il legname
È il nero più nero,
Quel ch’è stato incendiato
E su carta di legno scrive il legno bruciato
Disegna e ricorda nel tratto suo arcano
I trascorsi passaggi da germoglio a ramo,
È corteccia marina
Piegata dai venti
di tormenta imbevuti
E di brezza ubriachi

D’acqua sapida infatti è fatto il liquore
Dell’antico etrusco
Che con sete immensa fu navigatore.

E il giglio di mare che radica in sabbia
Di tempra e coraggio
Tempesta non teme
E ancora la sabbia primordia
Quaggiù

È polvere brilla
Riflessa di blu
Terra di siena
Terra bruciata
Bruciata d’azzurro d’indaco fu
La volta m’incombe
Il vapore è cotone
La nuvola dolce
Di zucchero è bianca
Di grigio disseta

Poi oltre è profondo
Il viola lì è vasto
Laggiù all’orizzonte
Dove il sole è uno sprazzo
Che fulmina il buio
E d’oro colora
Una lingua di mare
Che scheggia e affiora.

Aurora V. W.

E’

E mi sono accorta che è bello vivere senza, senza dover dire, dover quel fare, dover dovere dove mirare. Vivere, vivere per andare. Mi soffermo su quel petalo di camelia, su quel saltellare grilli pazzi e scatenati, sull’argento intessuto da ragni creanti abitanti dei prati. Alla luce occidentale della sera, al novembre della nuvola e dell’acquatica mattina, vedo i raggi contornare la vita. Definire il fiore, il ramo d’olmo e una felina vibrissa che presente al mondo, scruta in me la sua domanda. Chi sei, con quella pupilla tonda ora un ago, con quell’orecchio antenna all’universo puntato? Chi sei? Hai il pelo bianco, ora tigrato, hai macchie nere, occhio verde poi ambrato. Qui mi segui e tremi nel cercare, qui mi ami e brilli d’immediatezza. Ho pensato che una nuvola è dipinta, se ha bevuto un po’ di più, ch’è intessuta come seta, se la piogga porta in sè. Quasi assente qui sarà quando il ciel si azzurrerà. Quanto tempo senza tempo nel veder la chiocciolina, nel scoprir quel mio osmanto e nel trovar il muschio bianco. A definire i tratti sognanti è di vero immensa coscienza, nel vedere con la mente ciò che è reale e più presente. Non rincorro folli strade, non raggiungo matte mete. Voglio solo ritornare, quel che sono esperire. Se l’uomo è un ponte e giù è profondo, lasciami guardare, è tempo di fiorire. Se il ricordo si è offuscato, voglio conoscerlo e diventar vivente. Quante lucciole e scintille ci son nel reale, è qui l’incanto, nello stupor naturale. La magia non la compro, mi c’immergo da me. E se penso che poco ovvio è il mare, che distesa infinita, e incredula osservo quell’arancia foglia cangiante, so che qui è, qui è l’isola che c’è.

Aurora V. W.

Vivere senza tempo

E’ strano come ogni cosa ci appaia diversa, grazie ad anche soltanto una piccola esperienza che ci illumini il presente.

Come tante volte si ricevano risposte a domande antiche, proprie, ancestrali, quando ormai pensiamo che quasi non ce ne importi piu’. Quelle domande  che erano dell’infanzia, domande dei tempi perduti, ma invece no: noi siamo sempre cio’ che siamo stati, alla fine e’ solo un po’ di tempo che ci attraversa e che pian piano ci cresce e ci invecchia. Alla fine no, siamo sempre noi.

Semmai dovremmo solamente conservare di più quel passato incontaminato che riesce ad osservare con gli occhi della meraviglia. E ho pensato che serve vivere il tempo senza tempo, la vita senza coscienza, l’alba come nuovo pulito cielo dalla pioggia rischiarato. E che è nel tempo senza tempo, nel tempo senza ora, senza inizio e senza fine, che la vita, essenzialmente e veramente, si compie.

Nel confuso organizzar di scadenze, impegni e orari, il tempo ci domina, e ci sembra correr via senza ritorno. Avete mai pensato, se non conoscessimo orari e lancette, quanto ci interesserebbe il valore del tempo, della durata di un’azione? Finisco per pensare che vivendo incessantemente, seguendo semplicemente la vita che in noi scorre, un orologio non servirebbe. Abbiamo gia’ tutto cio’ che ci occorre. Le scadenze il sole, le stagioni e i cicli della natura, che così perfettamente hanno dettato la nostra vita per ere.

Ah questo tempo maledetto! Ah se avessi più tempo! Ah non c’è più tempo!

Perchè non poter vivere per vivere? Perchè non abbandonarsi, lasciarsi guidare, fidarsi? Perchè?

Era nella natura sua interna di compromettere ogni abbandono, ogni fluire, ogni andare, ma comprendeva di non poter proseguire, così facendo.

E pensò che sì, era nell’intimo scorrere di sè stessa, che avrebbe scovato il segreto, la risposta alla domanda di sempre, al tormento di sempre, allo squilibrio di sempre.

Ciò che era, ciò le rispondeva. Ciò per cui era nata e la natura l’aveva creata, che sempre aveva amato e veduto come il più alto dei compimenti che avrebbe potuto raggiungere. Ma tanto rumore, tanta confusione, tanto vociare avevan rapito, mascherato e nascosto ogni più vera natura. Ma era un frutto acerbo, che avrebbe necessitato tempo e tempo per maturare. E lo accettò.

A nulla serviva navigare contro sè stessa, se non ad inevitabilmente affogare. A nulla serviva urlarsi addosso, strapparsi dalle viscere il dolore e scappare, scappare, scappare. Doveva oltrepassarsi, accettare il tempo su di sè, la vita su di sè, l’incombere su di sè.

In sabbie mobili sarebbe sommersa, cristallizzata nella sua forma perfetta, ma congelata per sempre nel non voler proseguire.

Soltanto amando ciò che diventava, accettando ciò che era, il tempo l’avrebbe risparmiata. E guardandosi indietro, in realtà capì che non c’era nè un prima nè un dopo, ma soltanto un eterno andare e continuare, un eterno sempre che soltanto la sua mente spezzettava e frammentava. E nel frammentar la sua vita, le pareva che il tempo la divorasse appieno.

Ah questo tempo maledetto! Ah se avessi più tempo! Ah non c’è più tempo!

E giorni e giorni aveva vissuto divincolandosi in quella morsa fatale, sempre più stretta, sempre più forte. E ore e ore di pena e disperazione, che già ben conosceva, ma che sperava un giorno poter dimenticare.

Doveva smetterla di rincorrere il tempo. Di temere di non essere più sè stessa. Quelle dolorose tappe doveva ora oltrepassare. O nel vortice risucchiata sarebbe finita. Per sempre.

E allora sì, avrebbe lottato, scalato e vinto. Così si era detta. Che il tempo sia! Che il tempo di vivere sia! Di andare, proseguire, diventare.

Così sia!

Aurora V. W.

Blu

Eppure dal blu il freddo poco mi appare. Vedo il blu e ci sei tu, mio nido, mio mare, mia calda patria che a questo mondo mi hai donato. Blu e tu, cielo mio, alto mio, supremo e sublime mio.

Blu.

Corri, corri, vai, ti inseguono, sono dappertutto e ovunque, vai, vai, vai!”

Eppure Blu.

Tu, blu, fresco saresti, gelo e inverno daresti, ma di questo di te poco o nulla mi arriva. Di te l’amore ho, l’infanzia ho. Il più profondo e superciale del me in te io ho.

In te, blu, mi ci voglio tuffare inconsciamente, mi ci voglio immergere consapevolmente, mi ci voglio. In te, blu. Tu che mi conosci, tu che nelle tue viscere mi hai appreso e fatto apprendere. Tu Blu, che bianca mi hai plasmato, che incompresa mi hai voluto, per darmi chissà quale dono o forte dolore. Tu blu. E io a guardarti, blu, perchè così poco finora ho capito e così tanto davanti ancora ho.

Immobile e vulnerabile, cangiante e forte, piena di tutto l’umano che è in me. Piena qui, dove bruciante voglia di diventarlo ancor più fino in fondo io ho.

Tu blu. Bianca io, eppure blu, perchè da te marino, me terrestre hai generato. E di tanto amore grazie a te io vivo, e con questo amore la mia vita innalzerò, plasmerò, scolpirò.

Che solo guardandoti torno a me, solo prendendoti vivo in me. Che quando l’inadeguatezza, l’insofferenza e l’insopportabile non-essenza come una sottile lama incidono la pelle, non più a tanto servono le illusioni. Che a volte una bugia a sè stessi può aiutare, chiudere gli occhi il dolore può lenire, come addormentarsi può calmare. Che a volte sì, lo puoi fare. Ma chi sei, quando il sonno poi gli incubi risveglia? Chi sei, quando nel sogno sai di non essere realtà? Quando strattonandoti a te stesso nascondere ti vuoi?

Chi sei?

Tu, Blu, chi generato hai? Tu blu, chi?

Che a volte sì, lo puoi fare. Puoi fuggire.

Corri, corri, vai, ti inseguono, sono dappertutto e ovunque, vai, vai, vai!”

Che a volte sì. A volte, ma nel sempre poi cosa sarai? Se quella maschera tua menzognera amica si dimostrerà, allora lì ti fermerai. Se quel sonno la tua grandezza scalfirà, allora lì ti domanderai.

Che a volte sì, ti vogliono fuggire. Ti vogliono, sì. Ma tu? Che essere ciò che sei non lo puoi fare, che cambiare ciò che vuoi non lo puoi dire, che liberare ciò che vola non lo puoi volere, che costruirti le tue ali non lo puoi realizzare. Che. Tu che.

E che invece lo vuoi volere. Che tutto lo vuoi, che amare lo vuoi, che inglobare lo vuoi, che in te stesso essere lo sei. Tu che.

Tu che tutto questo che, invece puoi.

E tu blu. Tu? Tu sei. E quando anch’io da potere, essere sarò, finalmente a te mi ricongiungerò.

A te blu, che grande mi hai nato, a te tornerò. E mai più alta storia vissuto avrò.

“Corri, vai, fuggi e scappa. Corri, vai.”

“No. Io qui in me resterò”

Blu.

Aurora V. W.

Altrove

Come tante altre volte, Alyssa andò al mare. Si sedette sulla sabbia bianca e osservò la luce pomeridiana riflessa nell’acqua salata che tanto amava. Realizzò che l’incontro di quei due elementi l’aveva nutrita per tutta la sua infanzia. Un incontro quotidiano e rigoroso. Due amanti sempre puntuali, due reciproche attese per poi, la sera, donarsi l’un l’altro. E non poteva che essere così, per Alyssa. Il mare sempre ospitante di un sole stanco, finale, morente. Il sole sempre immerso in un mare buio, dormiente, notturno. Che la luce nel buio vi potesse nascere, oltre che morire, le sembrava poco realistica come idea. Ma se lì moriva, in un altrove pur nascere doveva. E per scoprire l’altrove, Alyssa avrebbe dovuto voltarsi. Alzarsi, camminare e voltarsi. Non voleva, non ne aveva il coraggio, ma quello avrebbe dovuto fare.

Alzarsi, camminare e voltarsi. Via.

Cosa avrebbe scoperto? Si sarebbe pentita?

Via.

L’anno seguente, Alyssa lasciava dietro di sè la sponda natìa. Di fronte a sè quella opposta, straniera. Le dita dei suoi piedi, per l’ultima volta, accarezzavano i granelli candidi di quel sacro luogo. Qualche minuto in più per osservare gli amanti, poi via. Alzandosi in piedi, ecco l’ultimo bacio tra caldo e freddo, fuoco e acqua, sole e mare. Voltandosi, solo il rosso, il violaceo, la quasi-notte facente capolino dall’alto. I resti di un amore quotidiano di cui conosceva la fine, ma non l’inizio. La morte, ma non la nascita.

Così, il primo passo titubante. Nella transizione vacillava, ma via.

Paura, ma via.

Via.

Vedere l’altro volto del mare fu lontano da qualsiasi sua aspettativa. Ciò che più di ogni altra cosa la sorprese, fu che non solo il mare aveva un altro volto, ma come lui anche il sole. Lì quell’incontro avveniva prima che Alyssa, svegliandosi, aprisse gli occhi. Succedeva alla fine della notte, dell’oscurità e del nero. Si avverava all’inizio del giorno, del chiarore e del bianco. Nella sponda opposta i due amanti si incontravano così, silenziosi e furtivi, quasi attenti a non lasciarsi scoprire. Solo qualcuno, a volte, li coglieva in flagrante.

Il pescatore, il marinaio, il guardiano del faro.

Tre persone, tre sguardi consapevoli, tre promesse di fedeltà.

Così distanti tra loro apparivano ai tre i due estremi della vita, quando ancora sognanti, ne ignoravamo l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Come al marinaio, così al pescatore, che mai al mare aveva pensato come folle inghiottitore di luce.  Della luce inghiottitore e della notte annunciatore, in cui il guardiano del faro si svegliava e ugualmente si interrogava.

Gli estremi amanti, attori. I testimoni, spettatori. Spettatori che vedendo sarebbero morti. Morti anch’essi, nel mare. Morti lì, dove ciò che proteggevano nasceva. Lì, nel luogo dell’alba e dell’aurora morivano.

Quasi senza volerlo, avevano veduto. Quasi senza saperlo, avevano saputo. E Alyssa, che volendo aveva saputo, era stata catturata dalla realtà. Il luogo natìo via l’aveva mandata perchè per comprendere la fine doveva conoscere l’inizio. Così il sole dopo ogni tramonto, altrove albeggiava. E Alyssa, che ora la nascita conosceva, su quella sponda del destino la morte comprendeva.

Così distanti tra loro le apparivano i due estremi della vita, quando ancora sognante, ne ignorava l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Ma conoscendo l’altro e l’uno, comprese veramente, e niente più la teneva sospesa.

Tramonto e alba, fine e inizio, morte e nascita.

E sapendo anche Alyssa moriva. Libera da sè, ora altrove annegava.

Via.

Aurora V. W.

DISORDINI

A volte i disordini finiscono per riordinarsi. Si mettono a posto, dopo aver fatto il loro corso, aver raccontato la propria storia. Dopo essersi consumati nella loro impossibilità di confondersi ulteriormente in quel troppo già sfogato.

Sono quelle volte in cui gli hai dato lo spazio necessario, al tuo disordine. In cui gli hai permesso di espandersi, crescere e arrogantemente prendere corpo dove di spazio in realtà non ce n’era già più. E così ad un certo punto ti guardi intorno. Guardi intorno a te e lo vedi ovunque, somiglia quasi al buio, di sera, per i bambini. Ha fatto suoi gli angoli, le fessure, gli spazi invisibili tra un cassetto e l’altro. E come il buio, si annuncia in silenzio, quando i rumori dormono, le inquietudini si stiracchiano, le domande si svegliano.

Lo percepisci ad occhi chiusi, a luci spente.

Lo senti a cuore aperto, a mente accesa.

Perchè come abita la tua stanza, così abita la tua vita. Così come di disordine sei fatto internamente, di disordine tessi la tua realtà. Ti abitui a vederla così, intorno a te, e a crederla realtà ordinata, in fondo. Ma se ai tuoi occhi potrebbe anche esserlo, a orecchie altrui suona poco concreta, nella sua “disOrdinarietà”. Navigandoci dentro, finisci per esserne risucchiato, ingoiato e trascinato giù, sempre più giù, nel vortice del suo inarrestabile fluire. Ed è così che il tuo ordinario diventa disordinato, e succede che sì, sei nei guai. Letteralmente, metaforicamente, definitivamente nei guai.

E’ nella confusione però che ora vedi costruirsi la tua vita. Tra un pensiero e l’altro, capisci che in mezzo a tutto quel disastro, sta nascendo qualcosa. Smarrito nella perdizione della tua inadeguatezza, lasci frammenti dietro te. Frammenti di vita, sembrerebbe così. E come a rincorrere i tuoi passi, iniziano ad esistere dopo di te. Chi l’avrebbe mai creduto: germogli nati da un confuso stato di incomprensione. Incredibile sembrerebbe immaginarlo, eppure sono lì. Prima germogli, poi boccioli, ora fiori. Sono tanti, sparsi, vivi. Sono giovani, bramosi, affamati di sole. Eppure non sono margherite, nè rose, nè orchidee. Non è di fiori erbacei che hai costellato i cieli del tuo prato vitale. Nè con fiori d’arbusto hai sfamato i campi del tuo percorso esistenziale.

Che semi saranno mai, quelli caduti dalle tue tasche ad ogni esitazione, sbocciati ad ogni decisione, fioriti ad ogni rivelazione? A distanza di tempo, cercando con gli occhi l’accaduto, non trovi ciò che ti aspetteresti. Ancora una volta, ti guardi intorno.

Per terra, nulla.

Dietro te, nulla.

Ai tuoi lati, nulla.

Fino a quando cambi prospettiva. Se lo stato di confusione ti ha portato a generare l’impensabile, così l’improbabile potrebbe portarti ad una nuova comprensione. Ed è qui che ti chiedi. Verso quale direzione vanno le promesse nascenti, le punte di diamante, le rivelazioni pulsanti? Se non tra i prati, se non tra i bassi arbusti, dove? Ed è qui che con gli occhi inizi a percorrere i prati, indaghi tra le verdi distese, interroghi coccinelle, formiche, lucertole. Chiedi ai sassi, ai licheni, ai funghi.

Passi al setaccio il calpestato dai tuoi piedi, vai avanti, niente.

Vai avanti, avanti e avanti. Ancora niente. Ma poi… Stop.

Eccola: incroci una radice, ne segui il profilo, diventa tronco, Sali, ecco i rami. Più su, prosegui… Le foglie. E tra le foglie… I boccioli. Tra i boccioli, una, due, tre comprensioni, finalmente fiorite.

Fiori, certo. Ma fiori d’albero. Fiori d’albero da frutto. Fiori d’albero da frutto sempreverde. Hai generato promesse nascenti, punte di diamante, rivelazioni pulsanti, e le hai generate bene. Non sono momentanee, nè periodiche o stagionali. Sono perenni, costanti, durature, presenti tutto l’anno. Come un mango, una guava, una maracuyà. Come un frutto tropicale, nato da un semplice fiore, cresciuto da un bocciolo, generato da un frammento di vita, caduto dalle tasche del tuo disordine.

Punte di diamante, sì, e viventi, tutta la vita.

A volte i disordini finiscono per riordinarsi. Si mettono a posto, dopo aver fatto il loro corso, aver raccontato la propria storia. Dopo essersi consumati nella loro impossibilità di confondersi ancora più di quel troppo già sfogato.

A volte i disordini sono null’altro che l’ordine perfezionato.

Aurora V. W.

Vanessa e Chi

Arrivò una fase della sua vita in cui gli avvenimenti iniziarono ad assumere forme strane. Giorno dopo giorno, sentiva che le stava succedendo qualcosa di inspiegabile. Iniziò a rendersi conto di una presenza dentro sè. Audace, attenta, sveglia.

Conviveva con lei da tempo, in realtà. Da molti più anni di quanti lei stessa potesse immaginare. Cercò di calcolare da quando avesse iniziato a percepirla e non trovò risposta. Non ricordava il momento del suo arrivo, non ricordava i giorni senza. Capire da dove provenisse sembrava impossible. Ed inspiegabile sotto ogni aspetto, era il fatto che quell’esserino la conoscesse. Dio, quanto la conosceva. Era in grado di prevedere ogni suo pensiero, ogni sua esitazione, ogni sua azione. Le sue debolezze, la sua forza, le sue paure, erano un segreto per molti, ma non per quella sconosciuta presenza nel suo corpo.

E più cercava di svelarne l’identità, più questa si allontanava, sprofondando nelle sue viscere, nascondendosi tra una costola e l’altra, accoccolandosi lì dove dormono le emozioni, dove sonnecchiano gli impulsi, dove riposano le intuizioni. Vanessa continuava a scavare, intenta a prelevare ogni traccia di potenziali spiegazioni. E giù e giù, e cerca e cerca, ma niente.

La sua caccia, direttamente proporzionale alla velocità con cui l’entità fuggiva da lei, non portava a destinazione, ma la faceva retrocedere. La preda correva, Vanessa accelerava, la risposta le sfuggiva di mano. E così, ogni giorno, la medesima scena. La comprensione di ciò che stava accadendo le risultava molto lontana. La risposta era fuori dalla sua portata, ma non si dava pace, nel tentativo di definire forma e provenienza di ciò che ormai abitava in lei.

Fino a quando, un giorno, la sentì. Si fermò, cercando di ascoltarla meglio. Ebbe un sussulto, e la sentì nuovamente. Vanessa si era spaventata attraversando la strada, un attimo di distrazione era sul punto di rubarle la vita. E quella cosa… Le aveva parlato. Quell’entità, che si era insediata lì, nel punto in cui vanno ad abitare le farfalle quando siamo innamorati, nel punto in cui di notte, da soli e indifesi, si concentrano tutte le tempeste del mondo, le aveva lanciato un messaggio diretto e chiaro. E non era ciò che si aspettava. All’altezza della pancia, qualcuno, e non qualcosa, aveva comunicato con lei.

Passò del tempo, poi successe di nuovo. Se la prima volta però il messaggio era arrivato sottoforma di una sensazione indefinita di panico che attraversava arrogante tutto il suo corpo, la seconda fu differente. Successe in uno di quei momenti di transizione della sua vita, uno di quei periodi in cui le decisioni ti gridano contro così violentemente che non sai cosa daresti per saltare un bel po’ di tappe o retrocedere di qualche decennio. Quando il tuo futuro preme su di te in modo talmente spudorato che non sai quale isola sperduta del pianeta sia quella più adatta per sotterrarti, insieme a passato e presente per di più. Certo. Come se lui, il futuro, non potesse vederti. Come se non stesse sempre lì ad osservarti dall’alto, sogghignante e onniscente. E onnipresente, nella sua inevitabile venuta. Ebbene, in uno di quei maledetti momenti, accadde per la seconda volta. In preda alla disperazione decisionale, qualcuno, nuovamente, parlò a Vanessa.

«Guardami, sentimi, ascoltami. Sono qui, e lo sai.»

Ogni riflessione si fermò, ogni pensiero svanì. Non serviva più altro. La decisione era lì, nella sua pancia. Era stata lì da sempre. Nascosta tra le farfalle e le tempeste, aspettava solo di essere guardata negli occhi. E fu così, filtrando la decisione, che Vanessa riconobbe anche l’entità che l’aveva partorita e che da tempo la tormentava. Chiara e trasparente, si trovava ormai nuda sotto i suoi occhi. Riconobbe la sua identità e la sua provenienza. La sua età e il suo perchè. Sotto i suoi occhi, dentro la sua pancia, era finalmente tutto svelato.

Chi si nascondeva tra le sue viscere era nato insieme a lei. Aveva vissuto le sue stesse esperienze, riso insieme ai suoi amici, pianto nella sua stessa solitudine.

Ma a differenza di Vanessa, sapeva qualcosa in più.

Intuito e ragione, impulso e riflessione, immediatezza e sospensione. Delle due opzioni, Vanessa aveva sempre scelto la seconda. Delle due opzioni, Vanessa era sempre stata la prima. Non l’aveva mai saputo, finendo per separarsi da sè stessa.

Vanessa e Chi.

Ora sapeva.

Vanessa.

Aurora V. W.

Inno alla tua reale verità

Che tu possa trovarti in un luogo e non desiderare altro che quel luogo. Dopo tanto peregrinare, scoprirti finalmente nel posto giusto e al momento giusto. Che la confusione, la disperazione, l’infinito vagare si aprano alla consapevolezza. Che lo smarrimento permanente si trasformi in pace inaspettata, in risposte mai trovate, mai immaginate eppure finalmente presenti. Che tu possa cercarti, rischiare, buttarti. Cadere e quindi morire, per poi nascere davvero.

Pensare che quel viaggio non avrà mai fine nè giungerà mai ad un porto, nella continua ricerca della prossima tempesta, della prossima onda, del prossimo sconvolgente evento. Disperarti, alla consapevolezza di tutto ciò. Odiarti, nell’impossibilità di accontentarti. Perseverare. Imperterrito, continuare. A investigare, a vagare, a sbatterci la testa contro, a cadere, a farti del male. A rialzarti. Amarti, perchè nel continuo vagare, qualcosa in lontananza si arriva a percepire. Sconvolgerti, nella scoperta dell’inaspettato, del mai sperato, del mai creduto. Morire di felicità, perchè l’inspiegabile per così tanto inseguito è lì. Bruciarti, nell’inarrestabile voglia di assaporarne la fuggitiva e pericolosa bellezza. Rinascere dalle ceneri di quel fuoco. Del tuo fuoco. Dell’incendio che hai innescato dentro te e che si dimostra l’unica tua reale verità. Perchè le verità sono anche false, e di queste false verità, a volte ti alimenti in eterno, se non sei disposto a ferirti e provarne la falsità.

E ferito, qualcosa di nuovo costruirai. Costruirai dolore, e il dolore sarà una porta chiusa, di cui la chiave è nascosta nel luogo più intimo di te stesso. Conosciti quindi, spogliati, trova la chiave, apri la porta del dolore, và lontano. Scoprirai che il lontano più distante da te è un luogo vicino ma sconosciuto nel profondo. Arrivarci significherà raggiungere la destinazione più importante della tua vita. Ed ogni tassello andrà al suo posto. Ogni nota risuonerà nell’accordo perfetto. Ogni tua domanda morirà in una risposta. E la risposta ti parlerà.

Ti dirà che ciò che vuoi essere è ciò che sei stato in principio, quando la tua essenza viveva in te senza contaminazioni. Comprenderai che alla tua nascita avevi già tutte le risposte, e che le hai smarrite per strada, crescendo e diventando altro da te. Scoprirai che basta partire e fare un viaggio nel tuo passato, per ritrovarle. Che basta partire e tornare al presente, per metterle in pratica. Che basta partire e andare verso il futuro, per farne nascere i frutti.

Hai sofferto, fanne la tua forza. Hai pianto, fanne la tua risata. Sei stato ferito, fanne le tue cicatrici di guerra. Hai combattuto, fanne la tua filosofia di vita. Ti sei sentito morire, fanne la tua arma per rinascere sempre. Per vivere e non stancarti mai. Per essere imbattibile e vincitore di ogni battaglia. Continua a volare verso il sole, consapevole di poterti bruciare nuovamente, ebbene bruciati ancora. Bruciati non per rimanere scottato, ma per poter dire di essere caduto, aver toccato il fondo e dal fondo ricominciato l’ennesima salita. Salita dopo salita, il sole lo raggiungerai davvero, e questa volta ne farai la tua dimora. E che il tuo sole possa forgiarti giorno dopo giorno, fino a quando non ne avrai più bisogno, perchè ad essere l’unico sole della tua vita sarai finalmente tu, e solo tu.

Aurora V. W.

Elogio alla resistenza. O meglio: alla corazza

Più di una volta mi sono proposta di fare un tour dei cosiddetti “punti estremi” della Terra, quei luoghi che rappresentano la parte più a sud, più a nord, più a est o più a ovest di un paese. Trovo che posti del genere abbiano qualcosa di magico da offrire a chi li visita. Appartengono ad una nazione, ma trovandosi così “lontani” dal suo centro, finiscono per assumere sembianze del tutto particolari, che possono spaventare così come attrarre magneticamente. Tra i due effetti collaterali, io sono sempre stata colpita dal secondo: la calamita.

Se uno di questi luoghi si trova al confine con un’altra terra, tende a somigliare un po’ ad essa e ad allontanarsi dalla propria identità, diventando qualcosa di completamente nuovo. Sarei quasi tentata di chiamare questa tendenza “sindrome da punto estremo”, perchè di fatto accomuna un po’ ognuno di questi angoli che stanno “tra” un paese e l’altro, “tra” l’oceano e la terra, che semplicemente, data la loro posizione, si beccano tutto il sole dell’anno, o, in circostanze opposte, tutta la neve del secolo.

Tarifa, che allungandosi fino a quasi uscire dalla Spagna per raggiungere così il continente che ha di fronte, è una di quelle località che preferisce prendersi il sole. Con lo sguardo fisso verso la parte più settentrionale del Marocco, annuncia la sua voglia di distinguersi dal momento stesso in cui ci si mette piede. E’ un vulcano, con il suo essere selvaggia e arrabbiata dal lato atlantico. E’ un porto calmo, pacifico e silenzioso sulle sponde mediterranee. E’ due mondi, due facce, due cuori pulsanti che non vanno in conflitto tra loro, ma danno corpo ad un essere vivente che sprigiona allo stesso tempo un’energia prorompente ed un invito alla riflessione introspettiva.

Ho amato la Tarifa arrabbiata da subito, quella su cui imperviano venti selvaggi creati su misura per i kitesurfisti e che non si ferma mai. Non ammette pause, nemmeno per riprendere fiato tra una bufera e l’altra, ed è sconvolgente nella sua dimostrazione di forza. Qui i venti non hanno orario, soffiano ventiquattr’ore su ventiquattro, trentuno giorni al mese, trecentosessantacinque giorni all’anno. E le spiagge, che incorniciano le sue acque altrettanto impetuose, ne sono una prova eclatante. Non hanno possibilità di scelta, libertà di opinione, nè voce in capitolo. Il vento decide per loro, modellandole a sua immagine e somiglianza, prendendo in considerazione nient’altro che il suo gusto estetico personale. Piuttosto bizzarro, non di rado. Ne vengono fuori però delle opere d’arte esclusive, eleganti e nuove ogni giorno. Come le modelle di una sfilata, si cambiano d’abito continuamente, ma a decidere cosa indossare non sono loro, bensì chi l’ha creato, l’abito. E così fa lui, lo stilista delle sabbie, il vento.

Chi ha davanti una modella facilmente malleabile, la quale non è difficile vestire seguendo unicamente i propri gusti personali, ha vita più facile, si sa. Ci mette poco a vedere realizzata la propria opera d’arte, se la materia a cui dare forma lo consente. Le sabbie di Tarifa sono così: delicate, esili, leggere e indifese. Sfiorandole, non le si percepisce minimamente. Toccandole, l’impressione iniziale migliora leggermente. Immergendovi letteralmente le mani, ci si convince del tutto. Ci si convince del fatto che le spiagge di Tarifa non sono fatte di sabbia, ma di una sostanza evanescente, farinacea, i cui granelli sono così piccoli da rendere quasi faticoso distinguerli ad occhio nudo. Logico, a questo punto, che si facciano modellare senza contestazioni. E logico, a questo punto, che sento stamparsi sul mio viso un sorriso ampio e consapevole. L’orgoglio per la mia terra, per le mie spiagge, per la mia Costa degli Dei torna a farsi vedere, più vivo che mai. La tempra e la resistenza al cambiamento del luogo in cui sono nata si conferma una volta ancora. Ma questa volta il risultato non è quello di cui tutti parlano, che lascia dietro sè amarezza e rassegnazione. Il risultato è ben altro.

Le sabbie di Capo Vaticano tengono testa al loro aspirante stilista. Non accettano di essere modelle, loro. Vogliono capovolgere i ruoli ed essere disegnatrici di se stesse. I granelli che le compongono sono grandi, forti e definiti. A volte le nostre spiagge somigliano più ad una distesa di pietre, che di sabbia. Chi ci posa il piede per la prima volta è messo a dura prova. Quando arriva la bella stagione, le coste si trasformano in un pullulare di equilibristi ed artisti di strada che cercano di camminare su braci ardenti. Noi ci ridiamo su, perchè ci siamo fatti le ossa da appena nati, su quelle braci ardenti. Qualche saltello prima di buttarci tra le onde lo facciamo anche noi, ma prima di arrivare a questo ci siamo fatti una “corazza”, letteralmente. Probabilmente la stessa corazza che molti vedono nel popolo calabrese, quando lo conoscono, e che impedisce al cambiamento positivo di abbracciare questa regione piena di contraddizioni. Ma mettiamo da parte questo discorso, stavolta. Limitiamoci ad osservare la bellezza naturale, a vedere il frutto buono della corazza, quello che ha dato vita alle nostre spiagge e che le ha rese spettacolari. Spiagge che conservano il proprio carattere e le proprie forme, senza piegarsi al volere di Eolo. Perciò, facciamo in modo che la resistenza al farsi modellare permetta alla nostra costa di conservare per sempre il suo fascino. Lasciamo che il Dio Dei Venti si senta qualcuno altrove, disegnando i suoi abiti e dando sfogo alla sua creatività lì dove non trova ostacoli. Che possa sentirsi un professionista dell’alta moda marina, concediamoglielo. Ma non qui. A Tarifa magari. Niente di personale, signor Eolo. E’ che a Capo Vaticano di dei ne abbiamo da vendere.

Aurora V. W.