– Breste –

Qui sul Tirreno le chiamiamo così. Sono delle apparizioni architettoniche che, qua e là, ci restituiscono il paesaggio della Calabria contadina di solo qualche anno fa.

Sì, di qualche anno fa.

Le costruzioni in argilla, acqua e fibre naturali, le cosiddette miscele di “terra cruda” che punteggiano le nostre campagne, vivevano un uso attivo fino agli anni ’60 del Novecento.

Quegli anni furono il tempo dello smantellamento di una vita – la vita contadina – che fino a quel momento si era nutrita placidamente di sé stessa.

Gli anni ’60 trasformarono i desideri della gente di campo, orientandoli verso la possibilità di “sfruttare” l’estetica di un territorio che fino ad allora era stato terra su cui camminare e terra con la quale erigere le proprie case.

Case di terra, effettivamente.

Una terra che, impastata così, aveva retto dagli albori della civiltà umana, dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’entroterra sudamericano a quello africano. Aveva retto, sì, e ci aveva dipinto un paesaggio che così naturale ancor ci appare.

Le case rurali, così costruite, sono uno scorcio della storia dell’uomo.

La storia di come le mani hanno semplicemente cercato intorno a sé il miglior modo per dar luogo ad un riparo, che fosse riparo dalle intemperie, ma riparo anche dal presenziare maligno che avrebbe potuto bussare alle porte di una famiglia.

Uno spazio quindi delimitato in cui sentirsi protetti dall’altro da sé fisico e dall’altro da sé spirituale.

Un sacro familiare.

La vita interna, quindi, delimitata da una terra modellata, poteva così svolgersi indisturbata. Se fuori il lavoro dei campi richiedeva un’esposizione, dentro si era al sicuro, ma la vita in toto si svolgeva in un’area circoscritta.

Tra il dentro e il fuori, l’uomo scandiva ogni ora della sua esistenza.

Poi arrivarono quegli anni.

Gli anni della rottura.

Rottura di un mondo che così meticolosamente aveva tessuto il suo delicato equilibrio.

La vita non poteva più svolgersi tra il dentro e il fuori della campagna, ora il nuovo ordine economico aveva bisogno di riscrivere tutto.

Riformulare gli spazi, accartocciare i riti, centrifugare i credi.

Nuove architetture sarebbero diventate residenze, nuove cementificazioni i templi di una neonata monetizzazione.

E lì, tra i campi?

Lì sarebbe vissuto il doppio, l’alter ego di un paese ormai sventrato. La vita nei campi rimase il folklore, l’emarginato resto di una vita autentica costruita insieme all’ambiente.

Le case di bresta si svuotarono, ma rimasero lì.

Testimoni decadenti di un mondo rovesciato, sommerse dai rovi, calpestate da fichi rinselvatichiti e ormai ostili alla domesticazione dell’uomo.

Domesticazione che si era protratta fino alle propaggini del cielo, perché la luce di una stella non poteva sfuggire all’occhio di chi scriveva il pantheon del suo universo.

Le case di bresta si svuotarono, inermi tracce di un tradimento forzato.

Il soldo iniziava la sua opera di rimodellazione del mondo,

– mondo selvaggio

così disumanamente riaddomesticato.

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