Conosco un luogo

Esplode quel verde sull’altura delle Calabrie, esplode e riempie il cuore del viandante.

Io viandante in quei mesi ci sono stata, nuova abitante del suolo su cui sono nata. Quando troppi anni, troppi pensieri, dal centro dell’intuito umano ti sanno trascinare… Lascia ogni cosa, inizia a camminare.

Ho iniziato a camminare e sono arrivata in un luogo. Un luogo che ha visto sorrisi aprirsi per la prima volta, sorrisi espressi con gli occhi, perché le bocche ancor ci eran velate. Tra quei monti del sud nuove mani si son conosciute, nuovi abbracci i cuori hanno stretto.

Occhi compagni si sono riconosciuti, nuove alleanze suggellate.

Il silenzio  da tempo voleva gridare, l’avevan taciuto e noi, arroganti, gli abbiam strappato il bavaglio.

Il mio silenzio fremeva dalla voglia di sperare che il suo turno sarebbe finito e la parola si fosse liberata.

Una parola nuova, neonata, fresca, colorata.

La Terra dell’acqua è così che ci ha ospitati, dopo un’acqua che così tanto aveva allagato i nostri cuori, inondato i nostri occhi, affogato le nostre voci.

La Terra dell’acqua, il centro di questa Calabria che nuovi inizi ha inaugurato.

E se pellegrino è più chi scopre i propri passi su una terra che già conosce, noi alla grande pellegrini rimaniamo. E lo siamo ridiventati insieme.

Conosco un luogo, o forse l’ho visto – non lo conosco – che si chiama Parco delle Serre – esiste, ma è nascosto. Nascosto agli occhi di un turismo invadente, affamato e divorante, quello della Calabria di mare, di acque turchesi, di mesi d’agosto e soldi spesi.

Conosco un luogo – adesso – che burbero mi sorride, non si mostra né si apre, ma stringe la mano a chi sa coglierne la verità. Si inerpica su, per le viuzze, per quelle strade dissestate, si aggrappa a quei dislivelli che mamma, forse la macchina non ce la fa. Ma se sei in Calabria lo sai, un po’ ti devi fare le ossa su quelle strade, un po’ lo sai che i chilometri li devi macinare. E soprattutto per arrivare lassù, dove a tratti le robinie s’inarcano a darti il benvenuto, dove sprazzi verdi di abeti sembrano alpine visioni, quando ormai le violette a marzo punteggiano i cigli delle strade e un legnoso aroma aleggia nell’aria. Un’aria fumosa, di grigio velata, quella di un carbone che ancor colora il quotidiano di chi qui vive.

Si staglia sotto il cielo, questo luogo, a tratti lo sai, che stai tra due mari. Se allunghi un po’ il collo ad est, cadi giù per le colline di Badolato, per poi arrivare a riva, alla nuova Soverato. Se ti riprendi e risali su, oltre il castello dell’antica roccaforte che qui – Hipponion – presiedeva, puoi rotolare un altro po’ e cadere nel Tirreno. Qui sì, te ne accorgi, che la Calabria è una montagna in mezzo al mare. Quel mare a cui tutti accorrono, accecati, con i materassini e gli ombrelloni – da quel mare, noi, per tanto tempo siamo scappati.

Siamo un popolo di terra, di piedi nel fango, di “conserva tutto ciò che questo fango ti dà, perché non sai fino a dove dovrai fuggire per poterti rifugiare”. Un popolo di terra bruciata, proprio quella vicino al mare – e anche l’altra -, che così si fa, che così ricresce meglio. Gente diffidente, gente che portava le vacche a pascolare, che giù c’era il dirupo e guai a farsi il bagno “a mare”, il mare non è cosa di terra, di persona, tocca tornare su a lavorare.

Questa è la nostra Calabria, la Calabria che parla una lingua vera, quella che in questo luogo, nei suoi boschi, ancora aspra sa di ciò che era. Il potere di mantenere lucido ciò che l’acqua della costa rimodellerebbe, questo sa fare il bosco. Questo fanno, qui, i luoghi delle Serre.

Questi boschi, qui, conoscono i segreti della parola. Qui è una rete sociale di alberi che comunicano, sistema nervoso della Terra, sinapsi infinite di un centro di connessioni che non conosce esitazioni.

Ci sono stata, sì, in questo luogo.

Ci sono stata qualche mese, continuo ad andarci. Ma non lo conosco.

Vado via e mi si annebbia la mente, torno e ricordo tutto. Ci sono stata, ma non lo conosco. Tocca tornarci, e rimangiare qualche fungo.

Aurora V. W.

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