E’

E mi sono accorta che è bello vivere senza, senza dover dire, dover quel fare, dover dovere dove mirare. Vivere, vivere per andare. Mi soffermo su quel petalo di camelia, su quel saltellare grilli pazzi e scatenati, sull’argento intessuto da ragni creanti abitanti dei prati. Alla luce occidentale della sera, al novembre della nuvola e dell’acquatica mattina, vedo i raggi contornare la vita. Definire il fiore, il ramo d’olmo e una felina vibrissa che presente al mondo, scruta in me la sua domanda. Chi sei, con quella pupilla tonda ora un ago, con quell’orecchio antenna all’universo puntato? Chi sei? Hai il pelo bianco, ora tigrato, hai macchie nere, occhio verde poi ambrato. Qui mi segui e tremi nel cercare, qui mi ami e brilli d’immediatezza. Ho pensato che una nuvola è dipinta, se ha bevuto un po’ di più, ch’è intessuta come seta, se la piogga porta in sè. Quasi assente qui sarà quando il ciel si azzurrerà. Quanto tempo senza tempo nel veder la chiocciolina, nel scoprir quel mio osmanto e nel trovar il muschio bianco. A definire i tratti sognanti è di vero immensa coscienza, nel vedere con la mente ciò che è reale e più presente. Non rincorro folli strade, non raggiungo matte mete. Voglio solo ritornare, quel che sono esperire. Se l’uomo è un ponte e giù è profondo, lasciami guardare, è tempo di fiorire. Se il ricordo si è offuscato, voglio conoscerlo e diventar vivente. Quante lucciole e scintille ci son nel reale, è qui l’incanto, nello stupor naturale. La magia non la compro, mi c’immergo da me. E se penso che poco ovvio è il mare, che distesa infinita, e incredula osservo quell’arancia foglia cangiante, so che qui è, qui è l’isola che c’è.

Aurora V. W.