Vanessa e Chi

Arrivò una fase della sua vita in cui gli avvenimenti iniziarono ad assumere forme strane. Giorno dopo giorno, sentiva che le stava succedendo qualcosa di inspiegabile. Iniziò a rendersi conto di una presenza dentro sè. Audace, attenta, sveglia.

Conviveva con lei da tempo, in realtà. Da molti più anni di quanti lei stessa potesse immaginare. Cercò di calcolare da quando avesse iniziato a percepirla e non trovò risposta. Non ricordava il momento del suo arrivo, non ricordava i giorni senza. Capire da dove provenisse sembrava impossible. Ed inspiegabile sotto ogni aspetto, era il fatto che quell’esserino la conoscesse. Dio, quanto la conosceva. Era in grado di prevedere ogni suo pensiero, ogni sua esitazione, ogni sua azione. Le sue debolezze, la sua forza, le sue paure, erano un segreto per molti, ma non per quella sconosciuta presenza nel suo corpo.

E più cercava di svelarne l’identità, più questa si allontanava, sprofondando nelle sue viscere, nascondendosi tra una costola e l’altra, accoccolandosi lì dove dormono le emozioni, dove sonnecchiano gli impulsi, dove riposano le intuizioni. Vanessa continuava a scavare, intenta a prelevare ogni traccia di potenziali spiegazioni. E giù e giù, e cerca e cerca, ma niente.

La sua caccia, direttamente proporzionale alla velocità con cui l’entità fuggiva da lei, non portava a destinazione, ma la faceva retrocedere. La preda correva, Vanessa accelerava, la risposta le sfuggiva di mano. E così, ogni giorno, la medesima scena. La comprensione di ciò che stava accadendo le risultava molto lontana. La risposta era fuori dalla sua portata, ma non si dava pace, nel tentativo di definire forma e provenienza di ciò che ormai abitava in lei.

Fino a quando, un giorno, la sentì. Si fermò, cercando di ascoltarla meglio. Ebbe un sussulto, e la sentì nuovamente. Vanessa si era spaventata attraversando la strada, un attimo di distrazione era sul punto di rubarle la vita. E quella cosa… Le aveva parlato. Quell’entità, che si era insediata lì, nel punto in cui vanno ad abitare le farfalle quando siamo innamorati, nel punto in cui di notte, da soli e indifesi, si concentrano tutte le tempeste del mondo, le aveva lanciato un messaggio diretto e chiaro. E non era ciò che si aspettava. All’altezza della pancia, qualcuno, e non qualcosa, aveva comunicato con lei.

Passò del tempo, poi successe di nuovo. Se la prima volta però il messaggio era arrivato sottoforma di una sensazione indefinita di panico che attraversava arrogante tutto il suo corpo, la seconda fu differente. Successe in uno di quei momenti di transizione della sua vita, uno di quei periodi in cui le decisioni ti gridano contro così violentemente che non sai cosa daresti per saltare un bel po’ di tappe o retrocedere di qualche decennio. Quando il tuo futuro preme su di te in modo talmente spudorato che non sai quale isola sperduta del pianeta sia quella più adatta per sotterrarti, insieme a passato e presente per di più. Certo. Come se lui, il futuro, non potesse vederti. Come se non stesse sempre lì ad osservarti dall’alto, sogghignante e onniscente. E onnipresente, nella sua inevitabile venuta. Ebbene, in uno di quei maledetti momenti, accadde per la seconda volta. In preda alla disperazione decisionale, qualcuno, nuovamente, parlò a Vanessa.

«Guardami, sentimi, ascoltami. Sono qui, e lo sai.»

Ogni riflessione si fermò, ogni pensiero svanì. Non serviva più altro. La decisione era lì, nella sua pancia. Era stata lì da sempre. Nascosta tra le farfalle e le tempeste, aspettava solo di essere guardata negli occhi. E fu così, filtrando la decisione, che Vanessa riconobbe anche l’entità che l’aveva partorita e che da tempo la tormentava. Chiara e trasparente, si trovava ormai nuda sotto i suoi occhi. Riconobbe la sua identità e la sua provenienza. La sua età e il suo perchè. Sotto i suoi occhi, dentro la sua pancia, era finalmente tutto svelato.

Chi si nascondeva tra le sue viscere era nato insieme a lei. Aveva vissuto le sue stesse esperienze, riso insieme ai suoi amici, pianto nella sua stessa solitudine.

Ma a differenza di Vanessa, sapeva qualcosa in più.

Intuito e ragione, impulso e riflessione, immediatezza e sospensione. Delle due opzioni, Vanessa aveva sempre scelto la seconda. Delle due opzioni, Vanessa era sempre stata la prima. Non l’aveva mai saputo, finendo per separarsi da sè stessa.

Vanessa e Chi.

Ora sapeva.

Vanessa.

Aurora V. W.

Inno alla tua reale verità

Che tu possa trovarti in un luogo e non desiderare altro che quel luogo. Dopo tanto peregrinare, scoprirti finalmente nel posto giusto e al momento giusto. Che la confusione, la disperazione, l’infinito vagare si aprano alla consapevolezza. Che lo smarrimento permanente si trasformi in pace inaspettata, in risposte mai trovate, mai immaginate eppure finalmente presenti. Che tu possa cercarti, rischiare, buttarti. Cadere e quindi morire, per poi nascere davvero.

Pensare che quel viaggio non avrà mai fine nè giungerà mai ad un porto, nella continua ricerca della prossima tempesta, della prossima onda, del prossimo sconvolgente evento. Disperarti, alla consapevolezza di tutto ciò. Odiarti, nell’impossibilità di accontentarti. Perseverare. Imperterrito, continuare. A investigare, a vagare, a sbatterci la testa contro, a cadere, a farti del male. A rialzarti. Amarti, perchè nel continuo vagare, qualcosa in lontananza si arriva a percepire. Sconvolgerti, nella scoperta dell’inaspettato, del mai sperato, del mai creduto. Morire di felicità, perchè l’inspiegabile per così tanto inseguito è lì. Bruciarti, nell’inarrestabile voglia di assaporarne la fuggitiva e pericolosa bellezza. Rinascere dalle ceneri di quel fuoco. Del tuo fuoco. Dell’incendio che hai innescato dentro te e che si dimostra l’unica tua reale verità. Perchè le verità sono anche false, e di queste false verità, a volte ti alimenti in eterno, se non sei disposto a ferirti e provarne la falsità.

E ferito, qualcosa di nuovo costruirai. Costruirai dolore, e il dolore sarà una porta chiusa, di cui la chiave è nascosta nel luogo più intimo di te stesso. Conosciti quindi, spogliati, trova la chiave, apri la porta del dolore, và lontano. Scoprirai che il lontano più distante da te è un luogo vicino ma sconosciuto nel profondo. Arrivarci significherà raggiungere la destinazione più importante della tua vita. Ed ogni tassello andrà al suo posto. Ogni nota risuonerà nell’accordo perfetto. Ogni tua domanda morirà in una risposta. E la risposta ti parlerà.

Ti dirà che ciò che vuoi essere è ciò che sei stato in principio, quando la tua essenza viveva in te senza contaminazioni. Comprenderai che alla tua nascita avevi già tutte le risposte, e che le hai smarrite per strada, crescendo e diventando altro da te. Scoprirai che basta partire e fare un viaggio nel tuo passato, per ritrovarle. Che basta partire e tornare al presente, per metterle in pratica. Che basta partire e andare verso il futuro, per farne nascere i frutti.

Hai sofferto, fanne la tua forza. Hai pianto, fanne la tua risata. Sei stato ferito, fanne le tue cicatrici di guerra. Hai combattuto, fanne la tua filosofia di vita. Ti sei sentito morire, fanne la tua arma per rinascere sempre. Per vivere e non stancarti mai. Per essere imbattibile e vincitore di ogni battaglia. Continua a volare verso il sole, consapevole di poterti bruciare nuovamente, ebbene bruciati ancora. Bruciati non per rimanere scottato, ma per poter dire di essere caduto, aver toccato il fondo e dal fondo ricominciato l’ennesima salita. Salita dopo salita, il sole lo raggiungerai davvero, e questa volta ne farai la tua dimora. E che il tuo sole possa forgiarti giorno dopo giorno, fino a quando non ne avrai più bisogno, perchè ad essere l’unico sole della tua vita sarai finalmente tu, e solo tu.

Aurora V. W.