…C’erano una volta il foglio bianco e la foto interiore

Ostinarsi a voler portare a casa qualche scatto decente nonostante la giornata sembri poco produttiva e il luogo, le circostanze, le persone ancora meno: una situazione, inutile dirlo, molto comune. Ed essendo comune, l’ho vissuta anch’io. Con più esattezza, è successo proprio qualche giorno fa, trovandomi in una cittadina della Svizzera tedesca vicino ai confini con la Germania. Si tratta di una città a misura d’uomo e abbastanza carina, ma che alcuni giorni sembra proprio non ne voglia sapere di rendersi attraente per qualche scatto (eh si, dovevo uscire proprio io in uno di quei giorni…).

Lo sappiamo, l’occhio del fotografo riesce sempre a captare qualcosa di interessante da immortalare, anche nelle situazioni più estreme, quando il soggetto che ha davanti somiglia ad un foglio bianco privo di carattere. Ma tali situazioni in realtà sono più comuni di ciò che si pensa, ed è esattamente di questo che voglio parlarvi. Della realtá che ci circonda quando si presenta ai nostri occhi piatta, monotona e senza personalità: un foglio bianco da riempire. Perchè se è vero che in molte occasioni possiamo essere fortunati e capitare nel posto giusto al momento giusto e realizzare delle splendide fotografie senza sforzo, è anche vero che sono molto più frequenti le occasioni in cui questi ingredienti non si presentano tutti insieme.

Tornando alla mia giornata “no”, devo dire che oltre alla città, che sembrava non offrirmi nulla, nemmeno io volevo saperne di impegnarmi abbastanza. Continuavo a girovagare insoddisfatta, a fermarmi di tanto in tanto davanti ad una parvenza di vita nei vicoli, per poi ricominciare a camminare senza motivazione. Proprio tanta voglia di fare, direi. Condita poi da un pensiero ricorrente, che di certo non avrebbe portato ad un miglioramento: “Certo che qui non c’è proprio niente da fotografare… Niente. Ah, guarda un po’ lì, prova a scattare, c’è un gruppo di bambini interessanti… Ma no, che dico… E poi se ne sono pure già andati. Basta. Ciao, me ne torno a casa”.

In poche parole, cercavo solo dei buoni motivi per convincermi del fatto che non ci fosse nulla da fotografare. Uno di quei momenti in cui qualsiasi pretesto è valido per giustificare la propria pigrizia.

Il giorno dopo però, ritrovandomi negli stessi posti, tutto aveva un altro aspetto. Riuscii a racimolare una bella serie di scatti, che molto probabilmente avrebbero potuto essere frutto anche della mia giornata precedente. Ma quell’occasione era stata un fallimento soltanto perchè mi era mancato un ingrediente fondamentale. E parlando di ingrediente fondamentale non mi riferisco all’attrezzatura, come potrebbe esserlo la fotocamera. Tantomeno mi riferisco al soggetto, come quel paesaggio mozzafiato o l’evento del secolo, che possono spesso aiutarci a produrre foto stupende, ma che non sono il vero segreto per ottenerle. Ancora una volta, il segreto risiede nel nostro mondo interiore.

La realtà, a livello oggettivo, è uguale per tutti. Ognuno di noi, camminando per strada, vede davanti a sè palazzi, passanti, semafori, negozi. Ed ognuno, parlando della dimensione prettamente “materiale” della realtà, vede tutto ciò come lo vedrebbe qualsiasi altra persona. Ma è in questo punto della nostra “visione del mondo”, che possiamo innescare quel magico processo interiore che ruba l’anima alla realtà per trasformarla in una foto.

Possiamo decidere di iniziare ad osservare e vedere diversamente i soggetti altrimenti uguali per tutti. In poche parole, possiamo decidere di attivare il famoso “occhio del fotografo”, e cambiare tutto ciò che abbiamo davanti. E’ come se innescassimo un meccanismo in grado di interporre un filtro tra noi e ciò che vediamo. Ed ecco che iniziano a venire fuori un sacco di persone, paesaggi, scene da catturare. O meglio: loro sono già lì, ma smettono di essere invisibili solo quando abbiamo la consapevolezza che sta a noi, renderli interessanti. Se non attivassimo questa piccola molla nel nostro io, succederebbe totalmente il contrario. Potremmo trovarci davanti le cascate del Niagara senza riuscire minimamente a trasporne la bellezza in foto. E in questi termini, si conferma come dato di fatto che non abbiamo bisogno della fotocamera più costosa sul mercato per creare capolavori, nè di un tramonto eccezionale, ma di noi stessi prima di tutto.

La foto è là fuori, davanti ai nostri occhi, ma allo stesso tempo è nella nostra mente. Fuori è già viva, palpitante, in attesa di essere vista. Dentro di noi è un potenziale fuoco che dobbiamo accendere personalmente. Unendo i due mondi, quello della realtà esterna e quello della nostra visione interna, creiamo l’opera d’arte, ovvero quella foto. La foto che sa togliere il fiato e coinvolgere l’animo. Che sa far sgranare gli occhi e trattenere l’attenzione, ma per molto più di qualche secondo soltanto.

Aurora V. W.

4 risposte a "…C’erano una volta il foglio bianco e la foto interiore"

  1. wonderandme

    Diciamo che tra chi vive esperienze simili si è “compagni di avventura”, per cui credo che possa rincuorare molto, leggere qualcosa che ci riguarda e sentire che ci rispecchia. Un abbraccio e grazie!

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  2. robertonez

    Nuovamente mi sembra speciale il modo in cui riesci a esprimere la psicologia del fotografo. Direi che qualsiasi persona che abbia mai “voluto scattare” una foto e non solo “premere un tasto”, si sentirebbe descritta col tuo articolo.

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