Calabria d’Agosto

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Aurora Ventrici

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Inverno

Freddo sei, grigio e bianco dai.

Ti vedo da lontano, sai,

scorri e fluisci nelle vene ormai.

Pensare Inverno che da te mi allontanai,

rigetto di brivido e sospiro mozzato,

timore di viola e indaco ghiacciato.

Ma nell’involucro di guscio addormentato

 Un battito di luce, tentennando, è affiorato.

Dal proibito ardente si sente chiamare,

La paura in fuoco fa il gel trasmutare.

Come teme così brama, prima anela poi paventa,

da ribrezzo nel guscio, qui sentimento diventa

se solo d’odio nascere può,

è d’antico amore che infin perisce

celebrata l’unione che ora io so,

 tra ghiaccio e brace in me scaturisce.

Aurora Ventrici

Blu

Eppure dal blu il freddo poco mi appare. Vedo il blu e ci sei tu, mio nido, mio mare, mia calda patria che a questo mondo mi hai donato. Blu e tu, cielo mio, alto mio, supremo e sublime mio.

Blu.

Corri, corri, vai, ti inseguono, sono dappertutto e ovunque, vai, vai, vai!”

Eppure Blu.

Tu, blu, fresco saresti, gelo e inverno daresti, ma di questo di te poco o nulla mi arriva. Di te l’amore ho, l’infanzia ho. Il più profondo e superciale del me in te io ho.

In te, blu, mi ci voglio tuffare inconsciamente, mi ci voglio immergere consapevolmente, mi ci voglio. In te, blu. Tu che mi conosci, tu che nelle tue viscere mi hai appreso e fatto apprendere. Tu Blu, che bianca mi hai plasmato, che incompresa mi hai voluto, per darmi chissà quale dono o forte dolore. Tu blu. E io a guardarti, blu, perchè così poco finora ho capito e così tanto davanti ancora ho.

Immobile e vulnerabile, cangiante e forte, piena di tutto l’umano che è in me. Piena qui, dove bruciante voglia di diventarlo ancor più fino in fondo io ho.

Tu blu. Bianca io, eppure blu, perchè da te marino, me terrestre hai generato. E di tanto amore grazie a te io vivo, e con questo amore la mia vita innalzerò, plasmerò, scolpirò.

Che solo guardandoti torno a me, solo prendendoti vivo in me. Che quando l’inadeguatezza, l’insofferenza e l’insopportabile non-essenza come una sottile lama incidono la pelle, non più a tanto servono le illusioni. Che a volte una bugia a sè stessi può aiutare, chiudere gli occhi il dolore può lenire, come addormentarsi può calmare. Che a volte sì, lo puoi fare. Ma chi sei, quando il sonno poi gli incubi risveglia? Chi sei, quando nel sogno sai di non essere realtà? Quando strattonandoti a te stesso nascondere ti vuoi?

Chi sei?

Tu, Blu, chi generato hai? Tu blu, chi?

Che a volte sì, lo puoi fare. Puoi fuggire.

Corri, corri, vai, ti inseguono, sono dappertutto e ovunque, vai, vai, vai!”

Che a volte sì. A volte, ma nel sempre poi cosa sarai? Se quella maschera tua menzognera amica si dimostrerà, allora lì ti fermerai. Se quel sonno la tua grandezza scalfirà, allora lì ti domanderai.

Che a volte sì, ti vogliono fuggire. Ti vogliono, sì. Ma tu? Che essere ciò che sei non lo puoi fare, che cambiare ciò che vuoi non lo puoi dire, che liberare ciò che vola non lo puoi volere, che costruirti le tue ali non lo puoi realizzare. Che. Tu che.

E che invece lo vuoi volere. Che tutto lo vuoi, che amare lo vuoi, che inglobare lo vuoi, che in te stesso essere lo sei. Tu che.

Tu che tutto questo che, invece puoi.

E tu blu. Tu? Tu sei. E quando anch’io da potere, essere sarò, finalmente a te mi ricongiungerò.

A te blu, che grande mi hai nato, a te tornerò. E mai più alta storia vissuto avrò.

“Corri, vai, fuggi e scappa. Corri, vai.”

“No. Io qui in me resterò”

Blu.

Aurora Ventrici

Altrove

Come tante altre volte, Alyssa andò al mare. Si sedette sulla sabbia bianca e osservò la luce pomeridiana riflessa nell’acqua salata che tanto amava. Realizzò che l’incontro di quei due elementi l’aveva nutrita per tutta la sua infanzia. Un incontro quotidiano e rigoroso. Due amanti sempre puntuali, due reciproche attese per poi, la sera, donarsi l’un l’altro. E non poteva che essere così, per Alyssa. Il mare sempre ospitante di un sole stanco, finale, morente. Il sole sempre immerso in un mare buio, dormiente, notturno. Che la luce nel buio vi potesse nascere, oltre che morire, le sembrava poco realistica come idea. Ma se lì moriva, in un altrove pur nascere doveva. E per scoprire l’altrove, Alyssa avrebbe dovuto voltarsi. Alzarsi, camminare e voltarsi. Non voleva, non ne aveva il coraggio, ma quello avrebbe dovuto fare.

Alzarsi, camminare e voltarsi. Via.

Cosa avrebbe scoperto? Si sarebbe pentita?

Via.

L’anno seguente, Alyssa lasciava dietro di sè la sponda natìa. Di fronte a sè quella opposta, straniera. Le dita dei suoi piedi, per l’ultima volta, accarezzavano i granelli candidi di quel sacro luogo. Qualche minuto in più per osservare gli amanti, poi via. Alzandosi in piedi, ecco l’ultimo bacio tra caldo e freddo, fuoco e acqua, sole e mare. Voltandosi, solo il rosso, il violaceo, la quasi-notte facente capolino dall’alto. I resti di un amore quotidiano di cui conosceva la fine, ma non l’inizio. La morte, ma non la nascita.

Così, il primo passo titubante. Nella transizione vacillava, ma via.

Paura, ma via.

Via.

Vedere l’altro volto del mare fu lontano da qualsiasi sua aspettativa. Ciò che più di ogni altra cosa la sorprese, fu che non solo il mare aveva un altro volto, ma come lui anche il sole. Lì quell’incontro avveniva prima che Alyssa, svegliandosi, aprisse gli occhi. Succedeva alla fine della notte, dell’oscurità e del nero. Si avverava all’inizio del giorno, del chiarore e del bianco. Nella sponda opposta i due amanti si incontravano così, silenziosi e furtivi, quasi attenti a non lasciarsi scoprire. Solo qualcuno, a volte, li coglieva in flagrante.

Il pescatore, il marinaio, il guardiano del faro.

Tre persone, tre sguardi consapevoli, tre promesse di fedeltà.

Così distanti tra loro apparivano ai tre i due estremi della vita, quando ancora sognanti, ne ignoravamo l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Come al marinaio, così al pescatore, che mai al mare aveva pensato come folle inghiottitore di luce.  Della luce inghiottitore e della notte annunciatore, in cui il guardiano del faro si svegliava e ugualmente si interrogava.

Gli estremi amanti, attori. I testimoni, spettatori. Spettatori che vedendo sarebbero morti. Morti anch’essi, nel mare. Morti lì, dove ciò che proteggevano nasceva. Lì, nel luogo dell’alba e dell’aurora morivano.

Quasi senza volerlo, avevano veduto. Quasi senza saperlo, avevano saputo. E Alyssa, che volendo aveva saputo, era stata catturata dalla realtà. Il luogo natìo via l’aveva mandata perchè per comprendere la fine doveva conoscere l’inizio. Così il sole dopo ogni tramonto, altrove albeggiava. E Alyssa, che ora la nascita conosceva, su quella sponda del destino la morte comprendeva.

Così distanti tra loro le apparivano i due estremi della vita, quando ancora sognante, ne ignorava l’unità. Notte e Giorno come Nascita e Morte. Gli opposti, gli estremi che mai si incontravano perchè nulla li accomunava.

Ma conoscendo l’altro e l’uno, comprese veramente, e niente più la teneva sospesa.

Tramonto e alba, fine e inizio, morte e nascita.

E sapendo anche Alyssa moriva. Libera da sè, ora altrove annegava.

Via.

Aurora Ventrici