C’è chi ha l’eterna estate, c’è chi ha i mesi di passaggio

Quando dici alla gente che vai in Colombia, l’esclamazione più frequente che ne segue è: “Ahhh… Beata te, vai al caldo eh?”. Nel mio caso, essendo la mia destinazione Bogotà, a questa battuta non potevo che rispondere “Bogotà sta in mezzo alle Ande sai… Fa tutt’altro che caldo… E per di più, la temperatura autunnale è stabile per tutto l’anno, quindi stai tranquillo perchè non suderò di certo!”

In effetti, non ebbi caldo a Bogotà. Se poi teniamo anche conto del fatto che ogni notte era accompagnata da una bella escursione termica, il perenne autunno bogotano risulta ancora meno confortevole. Questa città si è sempre divertita a giocare con la mia poca simpatia nei confronti delle basse temperature, dei giacconi e dell’abbigliamento da pupazzo da neve che durante gli orari notturni era il mio outfit preferito. Eh si, uscivo sempre incappucciata per affrontare il freddo, ma puntualmente, quando guardando il cielo prevedevo pioggia e bufere, l’estate decideva di irrompere sulla scena, e io mi ritrovavo ad avere in braccio tutto il mio guardaroba comprendente maglione, sciarpa e giubbotto, mentre addosso non mi restava altro che una stupida t-shirt. Ottimo. Dall’autunno all’estate nel giro di cinque minuti, per poi passare dall’inverno e finire con la primavera. “Questa è Bogotà, abituatici” mi ripetevo ogni giorno, ma continuavo a non tollerare affatto la sua voglia di scherzare con il tempo. Bogotà è famosa in effetti per i suoi frequenti sbalzi di temperatura durante una sola giornata, ma il suo clima, agli occhi di un’italiana del sud come me, è piuttosto fresco.

E poi, a mezz’ora di viaggio dalla capitale della “Locombia”, ci si ritrova nelle terre dell’eterna estate. Sono tante, le terre dell’estate colombiana. Sono nei pressi del mare, dei deserti, della savana. Ma quelle che conobbi io erano nei pressi della foresta tropicale, i cosiddetti “llanos orientales”, a cui si accede tramite l’affascinante Villavicencio. Le pianure orientali, così torbide e afose, erano cariche di acqua sospesa a mezz’aria e pronta a riversarsi sul suolo nei momenti più inopportuni. Il cielo che le sovrastava era così impregnato di pioggia imminente che l’unica parola adeguata per descriverle mi sembrava“sfocate” o “appannate”, come l’effetto che si crea su una finestra a causa della troppa umidità. Io le vissi nel mese di novembre, e pensando al freddo italiano di quei tempi, mi sentivo alquanto felice di passare un inverno estivo, seppur zeppo di acqua. A dire il vero ogni volta che scoppiava un acquazzone ero la persona più euforica del mondo, perchè mi sembrava impossibile credere che finalmente sentivo sulla mia pelle la pioggia equatoriale. I tropici mi mandavano in fibrillazione, ed io mi ritrovai a tutti gli effetti nella terra dell’eterna estate. Così mi piaceva chiamarla, e così era di fatto, sebbene per i colombiani fosse normale avere la stessa temperatura tutto l’anno. E’ chiaro che una delle domande più frequenti che mi facevano, appena conosciuta, era:

“Ma quindi voi italiani avete le stagioni?”.

Se in un primo momento questa domanda mi lasciava incuriosita, poi ne capii la rilevanza.

“Non oso immaginare lo stress che si provi a dover rinnovare il guardaroba ogni tre mesi… Ed il cambiamento degli orari poi, non ne parliamo! Come fate ad orientarvi, se il sole non tramonta e non sorge mai alla stessa ora?”

Spesso pensavo, e continuo a pensare, che vivrei tutto l’anno in bikini, ma stando laggiù iniziai a comprendere il fascino delle stagioni. Dei cambiamenti durante quei mesi di passaggio, come lo sono settembre, marzo, giugno. Tra i tre, settembre è quello con cui ho sempre avuto il rapporto più particolare. Credo che la parola più adatta sia passionale. Un legame molto forte tra amore e odio, che mi ha sempre fatto vivere le emozioni più disparate in un arco di tempo veramente breve. La nostalgia, per esempio. A settembre la luce cambia, la notte diventa più frettolosa, i locali si svuotano, gli amici universitari partono, uno ad uno vanno via. Ma c’è dell’altro: c’è la gioia. A settembre la spiaggia diventa libera, si concede a chi rimane e a chi la conosce come le sue stesse tasche. Non si combatte più per ottenere un angolino di sabbia e stendere il proprio asciugamano. La totale disponibilità di questi spazi ci fa sentire padroni del mondo e dell’universo. Noi indigeni siamo onnipotenti, nella nostra terra di settembre, e in questo periodo ci impadroniamo di tutto il sole e il mare che nei mesi precedenti abbiamo dato in prestito ai turisti. E poi, a settembre c’è la fine e ci sono gli inizi. La fine delle vacanze, per chi lavora tutto l’anno, l’inizio delle stesse per chi è un lavoratore stagionale. La fine delle serate afose in pantaloncini e canotta, l’inizio di quelle più fresche che invitano a coprirsi un po’. Ci si trova un po’ a metà strada tra la rassegnazione e la voglia di novità, perchè è anche il mese del vissuto e dell’avvenire. Racchiude l’estate appena vissuta, settembre. E’ l’insieme delle emozioni di quattro intensi mesi, pieni di avvenimenti e di storie da raccontare. Ma è anche il momento dell’avvenire, perchè si riflette sui progetti futuri, si pensa ai doveri, al lavoro, alla scuola. A ciò che verrà.

Pensando a tutto ciò, le stagioni assumono un nuovo significato. Penso ancora che amerei da matti essere baciata dal sole per dodici mesi all’anno, ma probabilmente avrei spesso voglia di riassaporare i miei inverni, i miei autunni e le mie primavere. E più di ogni cosa, vorrei rivivere le attese e il desiderio. Il desiderio dell’estate soprattutto, che arriva di solito in primavera, ma che ama sorprenderci quando meno ce l’aspettiamo. Nelle più fredde mattine di gennaio o durante una di quelle serate in cui vorremmo che non facesse buio così presto. Perchè per noi italiani l’estate è soprattutto questo: le infinite giornate, i tardi tramonti e le brevi notti, in cui il tempo non è mai abbastanza. Credo proprio che mi mancherebbero le nostre estati, perchè se è vero che la temperatura sarebbe la stessa anche in un altro angolo del mondo, i profumi, i suoni e i paesaggi sarebbero tutt’altro. E penserei a com’è bello stare in spiaggia fino alle nove di sera, aspettando il tramonto per cenare con le ultime luci. Ai tropici in spiaggia ci starei tutto l’anno, si, ma vedrei il tramonto alle sei. E parliamoci chiaro… Chi cena alle sei?

Aurora V. W.

Scuotimento

Forse è nella tristezza che vive, in me,
il più verace anelito a questa vita.
E’ nel terrore, nello sgomento, nella sublime impotenza di fronte all’esistere che io, qui, giaccio inerme.
Inerme e desolata, afflitta dal colossale fervore di un’esistenza impossibile.
E’ sotterraneo, ogni attimo di questo tempo,
ottenebrando il mio cuore
giù mi trascina, a voler trattenermi.
Sembra eterna, quest’agonia,
ogni Aurora un intramontabile Tramonto
ogni luce un ribrezzo all’allegrezza.
Ogni futile, fugace risata
Un disgusto, un basso e triste lasciapassare.
Si, ogni risata è triste lasciapassare
A questa quotidianità
Che m’attanaglia
E mi strappa la gola
Che m’imbavaglia
E silenzia i polmoni
La quotidiana acqua che scroscia
Sui miei pensieri
Mi aiuta a scorrere
E fluisce con me,
con le mie lacrime,
che di acqua calda e sale terrestre
si son dilagate
dilagate e strabordano
questi argini deboli
deboli e fragili
di dinamiche esterne prosciugate.
Quest’acqua m’invade e mi assale nel sonno
O di notte narcofaga uccide la fuga
La mia fuga notturna verso una pace lontana
Pace apparente, apparente ed estranea
A ciò che il mio giorno in sè riserba.
Uccisa dall’acqua mi trovo nel buio
Ma salva dall’acqua m’innalzo ridesta.
Forse è nella solitudine che porto
L’impulso a seguitare
In questa dannata guerra
Dannata altalenanza
di euforica esuberanza
e disperata insensatezza.
E non avrei la gioia
Non avrei il dolore
non avrei impeto
nè tempesta
Senza te compagna
E senza quest’acqua
più morta sarei
Io voglio più acqua
e raggiungerti ancora
se dal conoscere
anch’io son rapita
Soffrendo ti accolgo
Perchè la spinta è stellare
L’ispirazione dispera
Ama l’autunno
Un cielo coperto
Un intenso ricordo.
E nella via del non ritorno
Io credo di non aver più scelta
Credo di apatica sostanza
Dovermi ormai nutrire
Ma un’illusoria speranza
Un’immagine passata
Riaffiora dalla coscienza
E cristallina mi si rivela:
a tanta disperazione
si affaccia la vita
quella vera
di crudo tormento.
L’orrore sì, ma il più sublime alto scuotimento.

Aurora V.W.

Luoghi capitati

Credo ci siano per tutti, nella vita, i luoghi che ne segnano i passaggi, le tappe, gli eventi. Nel mio caso, penso ai luoghi legati alla mia nascita e infanzia e poi a quelli in cui tanto ho vissuto, non per nascita, non per scelta, ma perchè luoghi a me capitati.
Sono luoghi con cui ho discusso, bisticciato, litigato. Luoghi apparentemente noiosi, aridi e monotoni, che poco sembravano poter offrire.

Uno di essi è il luogo che sto per abbandonare ora e a cui probabilmente mai più tornerò.
E’ un luogo che si chiama Maccarese, si chiama Fregene, Fiumicino, si chiama Litorale Romano.

Si chiama pianure pianure e pianure, quelle che ho odiato, una volta, nel cuor dell’Emilia.
Che ho odiato perchè impostami di scegliere, di preferire, di categorizzare.
Di scegliere tra boschi e mare, tra monti e valli, tra nubi e cielo, freddo e caldo, pioggia e sole.
Oggi però non scelgo, oggi mi ritrovo qui, e osservo.
Osservo un diverso modo di vivere la vita.
Un diverso modo, della flora, di trovare il suo posto su questa Terra, di un ramo che si protrae cercando il sole e si curva alla furia del vento; osservo come un cespuglio possa nascere da grigia sabbia; come le antiche cure pullulino su queste coste, tra foglie e frutti di arbusti dimenticati chiamati lentisco, mirto e rosmarino; m’inebrio al passar sotto un eucalipto candido e profumato, che al vento ondeggia e danzante mi sa ristorare, o al tocco degli aghi di un pino che setolosi annunciano il mare.
Un diverso modo, della fauna, di trovar riparo tra le radici di un leccio, ai piedi del corbezzolo infuocato, nella pancia di una terra sventrata; quello di una piccola volpe che per tre giorni ho atteso e salutato, con il cuore sobbalzante alla sola vista di due rosse orecchie e di una coda vaporosa; quella di un angolo di tropici anche qui, accanto all’Etruria, nel centro d’Italia che sul Tirreno s’affaccia.
Sì, un angolo di Colombia l’ho trovato sui rami del pino davanti casa, con lo svolazzare del parrocchetto monaco e il vivace chiacchiericcio di quello dal collare, con il naso all’insù all’annuncio del loro tenero borbottare e all’incanto della verde sgargiante livrea sfrecciare.

Al tramonto sognante li immaginavo su un Rio, in un futuro lontano seduta al bordo di un cielo rosa umido e lussureggiante, in un angolo qualsiasi del cuore amazzone equatoriale.
Me li immaginavo ricercatrice, camicia di lino, coltre di zanzare e cuore pieno di selvatiche avventure.
Ora li vedo qui, maglione di lana, soffiante tramontana e cuore pieno… di selvatiche avventure.
Li vedo in un posto capitato, dove il mio tempo è cresciuto e i fanciulleschi desideri sono cambiati.

Qui dove i sogni si sono evoluti e il fascino più grande affonda su di me la mia terra.

La grande avventura è davanti ai miei occhi e vibra sotto i miei piedi di adesso. L’eterna meraviglia mi si accende nel risveglio di ogni mediterranea mattina.
E questo luogo di infinite pianure riserva distese di prati, campi agricoli coltivati, nostrana macchia e avifauna d’acqua. Di grandi migrazioni è rifugio questo luogo, antro di anatidi, ardeidi e falchiformi predatori. Ho trovato fiaba anche qui, nel volo di un airone, di garzette e guardiabuoi che illuminano il giorno anche nei miei buii pensieri. Ho camminato, e il silenzio mi ha avvicinato a questi bianchi cavalieri, schivi e timorosi, ma il sol mirarli mi ha scaldato il cuore.
Qui, così vicini alla distruzione dell’umana fame, ho ricordato i casali rossi di campagna e le vie del mercato. Quelle in cui il piede portava lontano e la forza di un carro era lo zoccolo di un bue. Nel borgo di pietra, arroccato al castello di San Giorgio, dove un limone pende il suo ramo sulla strada e i giardini all’italiana fanno da sfondo a un concerto sax d’altri tempi.
Qui dove in bici percorro asfalti e raggiungo il mare, e in cui l’inverno ancor sa abbronzare. Ora che il cielo è il nuovo tetto dei miei giorni, in cui le stagioni rincorrono i miei anni, in cui il tempo non è più eterno come quello dell’infanzia, ma che riassapora il presente e il suo muoversi incessante.
Sto per lasciare le ennesime pianure in cui ho capitato  la mia vita, ma questa volta le amo.

E amo i loro inverni, che sanno ora donarmi calore,

e le dune dell’Arrone,

che hanno risvegliato una Tarifa d’Andalusia e che proteggono distese di boschi alla mediterranea,

che da rovi diventan rami,

cespugli e arbusti d’edera cosparsi,
rampicanti di bacche e balsamico fogliame,
e nel suo antro piccola luce v’a dispiegarsi
costruendo tra i sassi un’insperato reame.
Apre gli occhi chi dalla vita è toccato
E in ogni dove trova un luogo incantato.
Così alle antiche coste della città eterna
Dedico queste rime fatate
Come fa cantastorie in una vecchia taverna
Che su veliero viaggia a vele spiegate.

Aurora V.W.

Etruria, Autunno

Oh mio eucalipto soave
Che il tuo balsamo
per le strade qui effondi
Come se tra le tue foglie
Sussurrar di soffi udissi
Baci di sale soffi marini
Fruscia il silenzio tra gli aghi di pini
Pini poi alti che s’ergono al ciel
Pini e pineta profumano il mare
Le dune s’incorrono e l’onde pioggiasche
Piove la spuma in mar si frantuma
Frantuma e s’infrange su scoglio antracite
La nuvola grigia il re astro trafigge
Con spada di luce
Spalanca il sipario
Le porte d’autunno separa l’effigie.

Farina di sabbia è lava di grano
Di grano carbone, nero il legname
È il nero più nero,
Quel ch’è stato incendiato
E su carta di legno scrive il legno bruciato
Disegna e ricorda nel tratto suo arcano
I trascorsi passaggi da germoglio a ramo,
È corteccia marina
Piegata dai venti
di tormenta imbevuti
E di brezza ubriachi

D’acqua sapida infatti è fatto il liquore
Dell’antico etrusco
Che con sete immensa fu navigatore.

E il giglio di mare che radica in sabbia
Di tempra e coraggio
Tempesta non teme
E ancora la sabbia primordia
Quaggiù

È polvere brilla
Riflessa di blu
Terra di siena
Terra bruciata
Bruciata d’azzurro d’indaco fu
La volta m’incombe
Il vapore è cotone
La nuvola dolce
Di zucchero è bianca
Di grigio disseta

Poi oltre è profondo
Il viola lì è vasto
Laggiù all’orizzonte
Dove il sole è uno sprazzo
Che fulmina il buio
E d’oro colora
Una lingua di mare
Che scheggia e affiora.

Aurora V. W.

Piccola rossa

Piccola rossa ti ho visto passare

Silenziosa socchiudi

i tuoi occhi al sole,

i tuoi occhi d’arancia,

o liquida ambra,

o d’oro dipinti:

ancora non so.

Ci siam incontrate, lontane ma attente

Attendo e ti colgo sorniona e presente.

Inauguro quindi un nuovo cammino

In cui passo passo ti conoscerò.

E volgo il mio sguardo al mio soliloquio,

gli occhi a terra e appari tu.

Il cuore sobbalza e sente sognare

Creatura dei boschi

Ti ha di fronte a sè.

Mi avvolge la mente e tutto scompare

Il buio s’accinge e vuol governare

Dispersa di pioggia

Nell’acqua del cuore

Distrutta nel sole

Io vago in me

Ma tu fluttui e corri

poi salti raggiungi

Dissolvi e lì sfrecci

Mi appresto dov’è.

T’immagino, arrivi

Mi perdo, avvicini.

Ma Piccola rossa

Ti voglio svelare:

“Lo stesso nome

ci ha dato l’amore,

Io oggi ti cerco

per esserti amica,

segreto suggello

è l’arcana lealtà.”

Aurora V. W.

E’

E mi sono accorta che è bello vivere senza, senza dover dire, dover quel fare, dover dovere dove mirare. Vivere, vivere per andare. Mi soffermo su quel petalo di camelia, su quel saltellare grilli pazzi e scatenati, sull’argento intessuto da ragni creanti abitanti dei prati. Alla luce occidentale della sera, al novembre della nuvola e dell’acquatica mattina, vedo i raggi contornare la vita. Definire il fiore, il ramo d’olmo e una felina vibrissa che presente al mondo, scruta in me la sua domanda. Chi sei, con quella pupilla tonda ora un ago, con quell’orecchio antenna all’universo puntato? Chi sei? Hai il pelo bianco, ora tigrato, hai macchie nere, occhio verde poi ambrato. Qui mi segui e tremi nel cercare, qui mi ami e brilli d’immediatezza. Ho pensato che una nuvola è dipinta, se ha bevuto un po’ di più, ch’è intessuta come seta, se la piogga porta in sè. Quasi assente qui sarà quando il ciel si azzurrerà. Quanto tempo senza tempo nel veder la chiocciolina, nel scoprir quel mio osmanto e nel trovar il muschio bianco. A definire i tratti sognanti è di vero immensa coscienza, nel vedere con la mente ciò che è reale e più presente. Non rincorro folli strade, non raggiungo matte mete. Voglio solo ritornare, quel che sono esperire. Se l’uomo è un ponte e giù è profondo, lasciami guardare, è tempo di fiorire. Se il ricordo si è offuscato, voglio conoscerlo e diventar vivente. Quante lucciole e scintille ci son nel reale, è qui l’incanto, nello stupor naturale. La magia non la compro, mi c’immergo da me. E se penso che poco ovvio è il mare, che distesa infinita, e incredula osservo quell’arancia foglia cangiante, so che qui è, qui è l’isola che c’è.

Aurora V. W.